September’s coming soon

… Non stava forgiando lo spirito.

Non era il fabbro che dava ordine.

Non era il martello.

Non era l’incudine.

Era il calore …

L’onda bassa dentro un castello di luce che si sgretola.

Gli occhi come fortezza: desiderio, fuga, percezione di verità.

Le braccia spingono, il calore della spuma è una tomba liquida, immergere il corpo come sabbia in una clessidra, giù in fondo fino a diventare sottili, scomparire, baciare il dorso delle tenebre.

Contare fine a 10.

Respirare bolle inafferrabili.

Sentire la pelle d’acciaio compressa in sensi di madreperla.

Quando ti vieni a sdraiare.

Vicino a me.

destini distratti

Quell’unico, visibile istante
in cui il tempo non misura quel che svanisce

Portami con te portami con te

ma dove?

un faro alto contro la violenza di un temporale,

tra i denti una canzone che non ho mai imparato,

la mano sulla pelle, il contatto,

il senso di vicinanza che non tollera un oltre

Scompariamo, il nostro ego fluisce lentamente, in cerchi concentrici,

verso tutto ciò che viene percepito.

Noi non siamo altro che questa ragnatela dei vivi che palpita,

non siamo più che la distanza dello sguardo.

Abitiamo il vento che ci disegna

il profumo dei fiori sotto il grande osmanto davanti a quell’edificio dalle forme grottesche,

la storia infinita,

il punto di scontro, l’ombra che inghiotte, il freddo dell’alba, un ricamo del vento nelle orbite perdute.

Tienimi con te,

la tua bocca aperta,

il mondo si avvinghia e penetra in quel suono, si creava e alla fine esplodeva, una volta per tutte

Se io fossi polvere

Una sorta di evento trasfiguratore, la sensazione che la vita sia un mistero enorme pieno di legami segreti che ci uniscono come tante maglie ai ferri.

Ogni giorno nell’atmosfera irrompono meteore

C’è così tanto da tradire, per sentirsi di nuovo puliti.

Catene nascoste, anelli mancanti,

rimanere dentro i propri sogni come in un bozzolo.

Tu eri dentro di me.

Adesso non ho alcun luogo dove cadere eccetto la mia ombra.

La storia gira le lancette, le case, i letti, le vite, i sogni cambiano di posto.

Scorrono i fiumi, bollono le pentole, il ghiaccio si scioglie, tutto si polverizza.

Si disperde il profilo nell’immagine riflessa sui vetri immacolati.

Il fuoco si guadagna la strada fino alle mie guance.

Chi illumina la tua terra? La dimensione dello sguardo?

Cerco di ricordarmi l’ultima volta che sono stato felice.

Non me lo ricordo.

Come se esistesse una graduatoria.

Siamo dentro un cristallo compatto. Dentro di noi. Ancora.

Voglio dormire senza muovere neppure gli occhi nella quiete della notte.

Ti sei risvegliata nella mia mente e aspetto solo che il tempo passi.

Una promessa, alla fine del mondo

La cenere torna fuoco

un altro sole

un fiume di luce, scintille di trasparente argento

riverberi e traguardi

tutto sta per compiersi

il silenzio e la ragione

l’urlo e la genesi

gli occhi non sanno più distinguere

tutte le parole sembrano perdersi come foglie nel vento

Vento che rapina gli occhi e solletica i talloni

freccia che punta al cuore

telefonare solo per ascoltare una voce

deludere gli istanti e proteggere rimpianti.

La luce dalle vetrine, oscena e cattiva come una notte prematura,

una precarietà emotiva prima simulata poi indossata in fretta

Ciò che manca, qui, è l’impalpabile sentimento della durata.

Un sentimento, un bersaglio, non sentirsi estranei.

Alla fine della notte

tutto sta per iniziare

Prove generali di Diluvio Universale (si prega di non mancare)

Oltre le sbarre e i confini un cerchio in testa e una fogna nel cuore, avviandomi prima che la neve mi arrivasse ai polpacci, che il vino fa effetti devastanti, un tempo si poteva dubitare anche della primavera,

oggi ci resta un amore senza più amanti

oggi si resta come dopo una corsa senza più strade.

Perchè per tutto ci vuol così tanto?

si muore, perdio, ubriachi di noia,

cuccioli e bastardi sulla via verso casa, hanno riflessi sul pelo e muso basso, ingentiliscono il vicino cerberico che non manca di rinfacciarmi il rumore notturno (entrerei in casa sua in stile malcolm McDowell solo per fargli abbassare lo sguardo e tremare di paura).

Tu dicevi: “hai mani forti, come mai non fai l’attore?”

Io: “Voglio invecchiare lontano da qui, respirare sale di mare e scopare un’attrice” (ma il foulard avvinghiato alle vene del collo non ti rendeva automaticamente isabelle adjani).

La prova del nove è un disegno offuscato di un treno senza stazione, una biella che gira a vuoto, ci sarà da qualche parte sicuramente un prete convinto che la madonna non fosse vergine, una traccia dei miei occhi da ragazzino, impaurito tra le onde salernitane, il calcolo dimostrabile della distanza tra dove sono e dove andrò, una settimana da vivere senza tremare alla vista del postino

“mi allacci il reggiseno, sono stanca”

è un trucco, le talpe lo sanno, non hanno il satellite nei loro rifugi eppure preferiscono il buio a noi che ci guardiamo di spalle partire e tornare, crollare come torri.

Avevo paura non fossero solo le gambe a tremare e il tuo modo di guidare non contribuiva a calmarmi il cuore ma era la curva a forma di rondine delle sopracciglia, la gobbetta del naso o lo smalto chiaro sul volante cupo a sterilizzarmi la traiettoria di ogni mia possibile ruzzolata nelle campagne fuori città,

ma, prego, prega pure, io ti aspettavo a casa lanciando maledizioni a quel tuo dio che ultimamente trovavo anche negli armadi e più lo maledicevo più massaggiava i lobi ed era una prova di coraggio accorciare le lenzuola, fingere che il tramonto non fosse un’invenzione dei fotografi, mi piacevano i tuoi moti di orgoglio e le intemerate risposte presumibilmente efficaci sulla fine dei lavori, tu che eri spaventata anche dal ponte giù a picerno e poi chiudendo gli occhi mi toccava ammettere che eravamo d’accordo solo sul più grande imbroglione della storia, nostradamus, e i miei pianeti sprofondavano nel disinteresse del tuo cielo,

“non è vero che siamo alla fine, tutto si aggiusta, pensi che le piramidi siano rimaste così da allora?”

I cuccioli stanno alzando il muso

nei muri le crepe sono coperte dai gerani,

credo di essere fuori target per quel reality in cui mangiano scarafaggi

(ma vincerei a mani basse),

anche qui piove sempre,

lo so che sei meglio di me.

Lo sei sempre stata.

Racconti Metropolitani (Laranjeiras)

Per andare a lavoro, ogni giorno passo davanti al giardino zoologico, costeggio l’entrata secondaria e mi ritrovo spesso a decifrare rumori e indovinare odori, dietro un cancello verde persiano.

C’è una palma che rivaleggia con le giraffe e una luna ancora alta mentre accelero il passo e mi concentro per evitare di cadere sugli osceni marciapiedi benfiquensi: all’ultimo semaforo, svoltando l’incrocio, nella strada deserta, una porta laterale si apre, sento il cigolio sotteso di un chiavistello, un’ombra si dilegua, l’altra resta ferma e poi straripa, come una macchia di vino ormai rimpianta.

Occhi liberi, respiri accorciati, destini rovesciati come carte dal dorso scuro: il giardino si popola di sogni muti, ultimi, calibrati.

Il suono è una cattedrale, cento spine cercano un centro mentre il fiore si addormenta, mi sembra di riconoscere la pupilla della giraffa che inscena un desiderio, inciampo, sorrido e blocco le caviglie.

Oltrepasso l’incrocio e vedo, oltre la metro blu, il palazzo sullo sfondo che mi riconosce e urla il nome, quello ormai inghiottito.

Sguardi, frenesie, pensieri, rincorse, torpori e passeggeri infiniti: li disintegro chiudendo le palpebre, dentro il mio petto in gabbia, il vento mi scuote come una scintilla irrefrenabile, sogno il sogno della luna che riconosce tutto e dimentica sempre,

mi abbasso ad evitare ricordi minimi,

le previsioni per gli sfortunati sotto l’ombrello di Ofiuco virano all’incomprensibile,

conosco il modo per invitare i fantasmi a restare e la paura di lasciare baciarmi:

in questa città che fluttua nella luce, si screpola nell’acqua, ingorda, luce diffusa, appassionata, volatile che appartiene ai quadri di Matisse e alle sere di Olissipo.

Un modo per risolversi, per far dispetto agli occhi fissi di Camoes, trattenere l’anima come scrigno inviolato e poi regalarla ad un passante, sentire una nuova energia appoggiarsi sulle spalle, come un corpo celeste mai identificato dalla scienza, mai visto prima, mai visto dopo – e poi nel cielo non rimane più nulla, se non una stella solitaria, come un asterisco che rimandi a un’irreperibile nota a pie di pagina.

Racconti metropolitani (Marques de Pombal)

“Ci sarà sicuramente un uomo vestito da Gatsby,

e un’ombra che assomigli a Daisy”

Grattandomi la barba, aspetto arrivi sera e sono già in ritardo per la festa e con sempre meno voglia di andarci.

Dress code richiesto: anni 20, cantano fulmini alla finestra, rimbalzano sul vetro e arrivano dentro la camicia quasi intonata alle ciglia stanche.

Appoggiato ai sostegni della metro un ubriaco abbraccia la sua bottiglia di ginjinha come erica innamorata della vite, filtrano odori di scarpe zuppe e plastica inservibile.

Uno spazio asettico, discinetico, blobbesco: occhi, mani, volti, brani si incrociano al culmine di una griglia scomposta, c’è chi accelera per ricordarsi dove ha lasciato la vita in sospeso e chi dissotterra pensieri come asce di combattimenti incendiari.

Una ragazza sposta l’ombrello e fa sedere un Simenon fuori stagione, bombetta in testa e borsa in pelle rettangolare: dentro l’involucro magari conserva le lenti dei suoi occhiali, l’inchiostro da consumare e nella testa l’incastro di parole velenose da sputare come sangue che esce dagli occhi di una lucertola cornuta del texas.

Ha lo sguardo di chi ha corretto la propria vita e la forma delle ginocchia oblunga come un trapezio rovesciato.

Passo tra i tornelli, prendo le scale, esco protetto dallo sguardo del Marchese, scorgo poco lontano un cimitero di automobili, sopra di me il riflesso di Icarie e Zephirie nelle mappe planetarie che con ogni probabilità sono deserti inanimati.

Immagino gli occhi di un selenografo stanco che conosce la vita,

altrove, la sillaba muta.

Secondo la leggenda la regina Isabella d’Aragona trasformava rose bellissime in pane da distribuire ai poveri.

Dentro la solita tempesta di luci e rumori assordanti, vedo rose bianche e soffici come lana primordiale.

Free drinks anche a chi non si sente Gatsby:

questo rum sarà la mia arma contro la tempesta.

Next stop Laranjeiras

Racconti metropolitani (Chelas)

“Muoviti ad arrivare che ho fatto la pizza e non la trovi se fai tardi”

Sono passato tante volte sotto la strada a scorrimento veloce che porta a Bela Vista e non avevo mai notato una fila di tende, in un campo apparentemente disabitato, disposte come fossero pezzi di tetris da incastrare.

Non so se siano state lasciate lì da qualcuno, mi piace immaginare che invisibili spiriti indiani trovino rifugio nella notte lisbonese, respirino sotto questo cielo, libero e incrollabile.

C’è un piccolo gallo inciso tra le piastrelle dei vicoli di Barrio Alto che ti guarda fisso e non vuole cantare, una luna spesso obliqua, pallida, indisponibile, angoli spigolosi che portano tutti inevitabilmente su colline più alte, miscele di caffè che si fa fatica a sopportare, lampi di verde istantaneo subito stinti dietro un grigio dinosauro che non ha voglia di togliersi dallo sfondo.

Cammino segnando il passo e alla fine della discesa entro in metro con pensieri leggeri e sgonfi:

quando smetterà di piovere e come asciugherò questo continuo tamburo bagnato che è la mia mente?

Come faccio a non cadere su questi marciapiedi saponati, come respirano i pesci che non scappano da niente, quanto veloce può una lingua correre senza che il cervello si inceppi, senza che la testa non diventi un acquario stracolmo?

Il bigliettaio ha una faccia che ha conosciuto lunedì migliori, magari la moglie ha cucinato l’ennesimo baccalà alla brace e il suo stomaco assomiglia ad un fiume senza ritorno: guarda i passeggeri, probabilmente neanche capisce perché passino da lì, ha un maglione scuro e mani brutte come quelle di una statua scheggiata.

A pochi passi dal Miradouro di santa Lucia, l’elefante che tiene tutti in equilibrio e fino a quando non gli verrà da starnutire ci salva ancora è un totem perfetto:

questo pavimento ha un equilibrio instabile,

noi siamo pedine instabili,

il mio cuore minacciato da uno scacco matto.

Il re, fuggito, in tempi non sospetti.

Foglie stanche, mare muto, aria inquieta, vento imperante.

Accelero il passo, metto le mani in tasca,

l’ultimo pezzo di pizza, mi basterà.

Next station Marques de Pombal

Racconti metropolitani (Alameda)

Arrivo trafelato all’ingresso del tunnel:

fuori dalla metro vedo una piccola scatola ammaccata, forse lasciata da un turista o da una ragazza distratta.

Dentro la scatola si intravvede un filo, potrebbe essere l’ultimo pezzo di stoffa inutile o consumato, potrebbe essere la tessera di un messaggio, una volta importante, adesso catturato dal mio sguardo indifferente.

Sulla banchina c’è l’atmosfera di un paese dopo la guerra: si respira al ritmo del cronometro che segnala il prossimo treno e ci si guarda la borsa, con sorrisi stirati e paure nuove sempre in agguato.

Il vagone è pieno, i finestrini ballano e restituiscono smorfie stanche, capigliature ardite, baveri di giacche un tempo impeccabili.

Appoggiato al palo, un ragazzo dai lineamenti brasiliani, sfoglia una rivista, in copertina noto un fumetto che non riconosco, ha la bocca che sembra disegnata al contrario, con i baffi in rilievo e le labbra contratte: non c’è luce nel suo sguardo, solo concentrazione e distacco.

Se passasse un vortice ad alta densità nella materia omogenea intorno a lui, non se ne accorgerebbe e cambierebbe pagina, incolume e inflessibile.

Ripenso al mio piccolo universo che riesco a muovere, ogni giorno, con energie che non so come mobilito, innervo, plasmo.

Vorrei, ogni tanto affidarmi, ad una calamita che non sa dove appoggiarsi e continua a cercare l’attrazione che non conosce, vorrei svegliarmi la mattina, passare oltre quel parco eccessivamente verde, e scambiare la mia vita con quella di un estraneo,

sentire sulla pelle l’effetto di un’altra testimonianza,

gli occhi incrociare una scala cromatica imprevista,

le spalle reagire ad un peso diverso,

allontanarmi da questa ombra che mi segue come un detective incarognito.

Mi metto in coda per uscire dal vagone, l’aria sembra diventare morbida come pane bianco, stringo il mio bavero, anch’esso testimone di tempi migliori: chissà quali ombre lasciano sui sedili questi uomini sconosciuti, li cancello dalla mia vita con un passo e, nella strada catturata dalla luce, il sangue mi suggerisce di non voltarmi indietro.

Chissà se poi hanno sbagliato strada o stanno venendo ad incontrarci, chissà se quel filo è passato tra le mani di qualche coraggioso avventuriero.

Next station Chelas

Come un gatto al sole

Ogni goccia è uno specchio e ogni specchio cerca un volto da rubare e restituire.

Ogni goccia sogna di imprigionare un universo nel proprio riflesso prima di seccare e scomparire.

Palpebre di onde, mille occhi in fuga come foglie sull’acqua.

Tetti di roccia che si levano sul limitare del giorno,

con l’illusione di segare il tramonto, travestiti da ombre.

I pensieri dentro feroci passano e urlano,

un destino da millefoglie cerca il suo peso per non sfaldarsi,

bolle afose arretrano e non vogliono scoppiare,

ombre di animali dove cercare rifugio e poi di nuovo scuro

“fuori dal blu, improvvisamente …”

Mi lascio derubare ore intere,

come un gatto al sole.

L’estate è il sangue che ti avanza,

la riserva non ancora gelata,

la pistola che, stanca, sorride per metà,

un vestito sfoggiato in tempi migliori,

una cartolina ruvida spedita da chi ci ha già conosciuto.

Altrove.