Anche se non puoi sentire la mia voce

Borowski scriveva che il corpo sopravvive anche alle storpiature dell’anima: “In fondo alla notte, inebetito, senza parole, senza un moto, sentivo che il corpo tremava e si rimescolava senza la mia partecipazione. Non lo dominavo più, sebbene sentissi ogni suo sussulto …” La sua faccia (di lei in controluce) continua a ballarmi davanti agli occhi, si liquefà, gigantesca, trasparente, chissà perché continua a farlo …

Strizzo forte le palpebre: non svanisce.

Gli anni passano, i desideri si fanno cartoline,

nel cassetto sarebbe epico poterne dividere provenienza e castigo,

l’odore di terebinto scortica l’aria e forse è incastrato nella calotta cranica

che seleziona il resto di ciò che non arriva alle narici,

marte sembra più lontano, io sono l’anatomopatologo e

il domani è un cadavere già rinsecchito,

che consiglia preservazione della linfa, risparmio di formaldeide;

brividi nella spina dorsale se ripenso a quella notte fiorentina,

mi piacerebbe risvegliare i fantasmi,

essere davanti alla lavagna con le labbra di gesso impiastricciate,

ho visto ciò che fai della cura, come preservi la grazia e sguinzagli il giaguaro che dorme in pubblico,

davanti agli schermi, nei corridoi dove inciampi con i polpacci incollati ai miei.

Nel bosco dei miei occhi quel giaguaro marca con gli incisivi il conquistato,

delega il veleno al vento, bussa con scheletri di unghie e benedice senza toccarsi,

io – che non sono Ricardo Cortez – fiuto il pericolo ma non distacco la pelle dal cuoio,

se tu sei cacciatrice io non nascondo l’istinto di preda,

conosco perfettamente i nascondigli che spiavamo al fiume,

a scarabeo posso incasellare dodici parole, quasi tutte tronche

mi nutro, ancora, quasi esclusivamente di frappè e chocolate milk shake,

tu ne detestavi anche l’idea, con i tuoi dosaggi bulgari di aspirine,

indice e coazione di ogni malessere,

la legge del branco è l’unica che ci pare incontrovertibile,

giudici di noi stessi – in fondo – non ci sembrava possibile,

anche adesso “qui dentro si vive in lungo letargo, si vive

afferrandosi a qualunque sguardo”,

l’arma virumque cano di ogni abbaglio, della bandiera bianca

il giorno prima dell’armistizio.

Io guardo il cielo ma lo so che non è il vuoto scuro

il posto giusto dove cercarti,

non leggo gli oroscopi, ho paura anche dei tabernacoli

(e di chi li innalza),

di chi enfatizza il simbolo per destituire il reale

a circonvenzione di inca-ra-paci,

ricordo la forma e la tinta delle tue labbra

che sembravano una cartina nella quale giganteggiava l’oceano,

ti prego, dimmi che se non te ne fossi andata

non ti avrei perso in nessun modo,

non sono io che scrivo, non è la luce a fare del giorno l’inizio,

manca poco all’esecuzione,

vorrei dirti buona notte con il tono di tom wais,

ti giuro, mentre le dita formano un nastro epidermico,

che non guardo più in alto,

le caviglie reclamano sguardi, i passi compagnia,

ma tu, quando puoi,

make it rain in the middle of the night, make it rain.

If it’s true love, when you let it go, it will come back to you.

Dopo la fine del mondo: incubazioni sul passato

Quando l’ho vista riuscivo solo a pensare alla curva delle sue labbra

o al ciglio sulla sua guancia.

Mi uccide l’idea che possa fuggire, io non posso, non posso trovarmi un’altra.

Lei è stata la prima cosa bella su cui mi sono fissato.

Voglio svegliarmi ogni mattina e pensare a lei che afferra il volante,

che apre il rubinetto della doccia come fosse una cassaforte.

Mi chiedo chi è che la bacia, adesso.

Mi manca il respiro se penso che la bacia una volta sola,

e non gli interessa che sia perfetto.

La voglio ancora così tanto che lascio la porta aperta,

lascio le luci accese.

I nostri occhi già lo sanno

Lungo la strada, tornando a casa,

una rosa di plastica spunta da un bidone di fronte alla farmacia,

pallido raccordo di sogni infranti per avari romantici senza futuro.

Rettilinei come impegnative maratone,

un taglio sul mento,

la forma delle cose liquida e poi compatta,

la sfera del cuore che rischiara nel rapido passaggio della mia ombra nomade.

“Tanto riesci ad arrivarci sempre a casa”

C’è la lunga attesa e la breve epifania dei sorrisi,

occhi che si aspettano, si sfidano e poi si illuminano,

ci sono tracce di ghiaccio antigienico sulla pelle degli amanti,

c’è la luna bassa e la foto di un uomo possente sul giornale,

migliaia di chilometri alle spalle e milioni di segni sulla pelle dopo,

un suono familiare e il freddo che scivola via,

c’è la vasca pronta ad esplodere e sprofondare

sugli odiosi pseudo-equilibristi fotografi,

c’è un Negroni, come sempre, dalle dosi imperfette.

“just breath … stop words forming …”

I referti medici, le virtù dei guanti da scoprire,

tanti anni da narrare e poco tempo per evocarli,

frasi rimaste serrate dentro come ossa fragili,

le labbra morbide, le pupille arrese, l’arco dei gomiti incassato nei miei fianchi,

la percezione di un profumo,

il saccheggio delle narici nella distanza che si ricuce,

un solco sulle guance, condiviso,

la luce pericolante tra le insenature delle scapole e l’origine di un desiderio,

il tram sbuffa per partire, le porte si chiudono,

le ombre si dividono a metà.

Secondo una leggenda thai, il serpente divino Naga può regolare lo scroscio della pioggia, l’intensità del moto della rosa dei venti, la percezione del calore; può arrivare ad effondere nello spirito umano il soffio della suggestione e della rinascita.

Rinascere. Cambiare. Aspettare il soffio di Naga. Aspettare che la testa scoppi come un vulcano.

Ricomporsi. 

Chiudere gli occhi, dirottare i pensieri,

vernice sull’anima che si piega,

tornando a casa,

in una notte dove dimenticare quella paura,

in una notte senza puntini sulle i.