Cuando las hoyas vuelvan y Yo no

Senza vento il cielo sarebbe pieno di ragnatele.

La città dorme ancora, chissà se riaccadrà.

Noi qui, seduti a cambiare colore a seconda della tonalità dell’alcol che beviamo.

Le carezze sulle guance come tagli sulla carta,

le notti spezziamo gli occhiali per addormentarci

i pomeriggi facciamo fotografie delle nostre ombre solo per dimostrare che abbiamo lasciato un segno

ma resto ancora sveglio

a ricordare l’umidità delle mie labbra,

che sono una foglia caduta dall’albero del primo bacio dei miei genitori

e se spremo la linfa verso il cielo posso ancora vedere

la piantina che fiorì dalle nostre nuche

nel momento dello schianto,

il nostro.

L’ombra dei tuoi anni ormai floridi e il sorriso in gentile distensione

un tratto, una intenzione, una coltivata ambizione di durare.

Adesso piove il cielo ha già saputo.

Make the rain sound like nothing

make the rain sound nothing like her voice …

Un abisso dentro le iridi

Una piccola increspatura tra il solco stretto del mento e l’inizio del collo.

Dal contorno ravvicinato della sua figura intravvedo il segno particolare di N.,

la linea compatta dei suoi 50 centimetri, mentre il pugno chiuso avanza la sua personale adesione bellica.

Tra me e lei quasi tre decenni di differenza,

oceani, profili, segni e poi montagne, nei miei occhi e adesso nella bardatura dei suoi sogni.

Destituisci il mio amore imperfetto, riempiendomi lo sguardo di quelle geometrie che non so calcolare.

Il mio passaporto di lune e serate buttate, all’ombra di questa candelina quasi consunta,

rompo la cresta delle mie paranoie, il vento arriva ancora e provo a sgonfiare ogni traccia di veleno,

ogni maldisposta predisposizione al sentirsi inferiori.

La luce dentro gli occhi e i fulmini nella testa.

Dietro una luna dal colore sbagliato, di intimo mantello,

i pensieri si adagiano verso un ricordo sbagliato:

cadendo dentro i sogni ogni notte una donna mi uccide

e la luce del risveglio mi restituisce la brace di un sapore dimenticato.

Un quaderno nuovo, i giri di parole, l’alfabeto muto, il suono di un’onda e il silenzio denso di una inquietudine:

ripeto al mare una filastrocca senza finale, lo schiaffo con la superficie restituisce alle mani un ordine diverso,

controllo il colore dei miei occhi, invocando tra i denti tutti i nove miliardi di nomi di dio,

tra le colline disabitate e il tonfo dei fiori morti,

tu sei l’origine di un respiro e alligni nel peccato,

tu soffi nel cielo per confondere le astronavi

io sogno mostri nello spazio, vertigini straniere mentre appoggio un altro bicchiere.

Mordere le labbra, cambiare la profondità della cicatrice,

il lungo pendio di una goccia sul naso,

tra le spalle un peso invisibile e una domanda che non riesco a fare:

mi stringo le labbra, ti guardo abbrancarmi il braccio, il corpo aderisce e sul tuo collo immagino futuri inverosimili.

N. si tocca involontariamente l’increspatura, sbadiglia piano mentre ci guarda già incazzata nera e poi con aria rilassata sorride,

per motivi ignoti e ineffabili.

Il senso di tutto è tutto lì.

canto per te, solo per te ...

L’origine del suono

Luisa appena arrivati mi chiede il nome di quel fiore blu, la guardo spaesato figurarsi se sappia rispondere abotanico come sono, in grammelot inglese per giunta, sbatte veloce le fini ciglia e mi manda con dolcezza a fanculo, come ogni giorno…

Sotto la coltre di gas scarichi, radioattive atmosfere e occhi duri, Istanbul ci accoglie quasi in punta di piedi, non si accontenta della visione, lascia che gli spettatori diventino parte dello spettacolo, della pigmentazione naturale della Polis.

Marheba ripete allargando l’ombra sulle labbra Ozul, ha quarant’anni (confessa/mente) eppure la sua pelle sembra sciogliersi come quella degli squali: ha un grosso orribile dente placcato (oro/ottone?), mentre Sahabi scambia due parole in arabo con Habeb, l’aria che ci schiaccia la pelle è sottile, compressa tra gli sguardi e le ricerche labiali per simulare/recitare interesse.

Salim parla svelto e sicuro e io fingo di capire, ripeto continuamente görüşürü, sembra un mantra esoterico sulle mie labbra, ripenso alla regina puttana, guardo questo mare, verde o azzurro che importa?all’oroscopo di filemazio mentre scruta il vespro rosso che acceca il bosforo, a te lontana, alla voglia di stringere le tue anche sotto questa luna imperialmente piena.

Il faccione ieratocratico e pettinato di kemal ti guarda ovunque sei, nasilsin? chiedono, gentili, gèntili, notando i miei occhi gonfi di insonnia e faide zanzaresche, nella meeting room insonorizzata da cosa non saprei dirlo: difficile dare una risposta, fosse anche lapidaria, accenno timidamente mordendo le gote un teşekkür, pensieri come aquile affamate vorrebbero profanare ogni rifugio, castrare la luce per renderla sottile in modo da richiuderla nella camicia e diffonderla quando si fa buio, placare quel demone che dentro si sgola per arrivare sulla punta delle tonsille a suggerire quelle cose che proprio non posso …

Accanto alla reception vi è un cartello piccolo che recita: do not disturb, no food, it’s ramasan fasting; non ho conoscenza e saggezza per fugare miserie e nobiltà (?) del credo musulmano, sento il gracchiare dell’imam quando arrivano le ombre e senza esitare i volti, le articolazioni di chi mi sta intorno si dispongono a preciso disegno esistenziale: le palpebre chiudono il loro cono cromatico, le ginocchia si piegano sincronicamente, si abbassano le scapole e anche gli anziani denotano elasticità di ossa migliori delle mie … Il silenzio è disinnescato, le lingue sembrano anguille inafferrabili, ma non si smussano le differenze di genere e le donne, ingabbiate, acclamano tre volte la grandezza in alto aspettando un segno, coprendosi il collo, aprendo i palmi a breve distanza dal suolo.

I bambini sorridono con occhi aperti come ruote di pavone, sangue sovrapposto a colla, le ossa strofinano il suolo e soddisfano lo yoga allahiano, ci si sente minuscoli in taksim square, i respiri evaporano inesplosi e un temporale a bassa pressione invade i nostri volti: è una sola lingua quella che ci circonda? Lo sforzo delle mandibole turche è olimpico, fa pensare a una babele di parole che crolla improvvisamente e si innalza allargando i denti, ha ragione il poeta: camminare a istanbul significa camminare in simbiosi con la folla.

Nella lotta per non retrocedere il cuore nella blue mosque, nella luce rossa compatta che sembra ogni istante sul punto di esplodere di hagia sofia, lo sguardo magnetico di M., i rimbalzi della luce sul viso di Ozge, le partite puntualmente perse a ping pong contro Carlos, è impossibile uscire vivo dal gran bazar con la libertà di sapersi diversi nel corpo e nelle ossa da cosa eravamo prima della flessione cigliare…

Narrano gli aedi locali che l’origine del Suono derivi dalla luce esplosa a costantinopoli nel momento della resa: non è comparabile ad alcun rumore, non sincretizza miti occidentali e favole mediterranee, chimica musicalità altezza e diffusione uditiva nascono dalla cellula bizantina; il mondo prima del suo avvento scostante produceva rumore, sfiorava il corpo e l’anima ma era solo crepitio ancestrale soffocato dal grande vuoto: un giorno allah pose fine al silenzio e destinò l’uomo alla ragione del suo vivere, ovvero scontrarsi per assorbire nuove cellule, infettarsi di colori e accenti, amalgamare ragioni e sentimenti …

Qui dove tutto esplose,

dove la storia ha cambiato pelle 3 volte per risorgere in altezza,

qui dove basta chiudere gli occhi per sentire e aprirli in altri mondi neanche immaginabili, qui nasce il suono, qui puoi riconoscerlo come non potresti in nessun altro luogo.

La tasca destra preme e un brivido attraversa le vene sulle cosce, è il riflesso di questi occhiali sporchi o la città ha cambiato colore nel momento della partenza? Un serpente che anticipa la muta, la bottiglia sul fondo, il segno sporco dell’inchiostro quando arriva la sua fine …

Stacco gli occhi dal cielo, nello stomaco lotte saracene tra cosa è stato e cosa dimenticherò, è una scossa quella che percorre la mia colonna vertebrale o solo una goccia di sudore desiderosa di staccarsi da me e restare qui?

Noi eravamo vivi, questo vento ha suonato corde che pensavamo arrugginite, questo cuore adespota adesso riconosce il volto del padrone, non riesco davvero a ricordarmi il nome di quel fiore, premo nelle tasche le dita e stringo qualcosa (n.b.) per separare i ricordi e lasciarli intatti.

I suoi occhi persi e la copertina di A kiss in the dreamhouse

Ricordo il tuo viso stupito
e il mio stupido mentre navigavo incerto tra i tuoi fianchi,
discorsi incazzati e infiniti sui finanziamenti ai partiti,
ironie loffie sui fidanzamenti partiti,
l’ombretto verde sembrava una lampara,
le direzioni imperfette dei palmi,
davanti alla porta, verticale metopa per non interferire con il respiro,
le pupille ciliegie brinate,
perizomi trofei di guerra,
e la strega predisse il disgelo.
Un tuffo olimpionico nella neve,

prima che il sole disegni le sagome delle ombre...

“solo a me, l’ho detto solo a me di quella volta che lottai con te e di come non sono più vergine…”

L’elementarità disgiunta dalle scuole,
non ci credo,
anche con le giacche di pelle e i coupon in 4 lingue,
ma se stringi più forte gli occhi invento il suono di un fantasma bambino che insegna la notte,
sorella di paura e catena di parole.

“a light you’ll never find in another’s face

Nel gioco di salamandre
che barattano la pelle per una caraffa di sole,
trovami qualcosa che ancora non ho venduto,
la forma delle bolle e l’aria che non attraversa il colore celeste,
“quante preghiere conosci, adesso capisco il tuo odio per i ciellini”
e se ti rubo le parole mi chiudi in una prigione senza uscita?

“I visit you in another dream, i taste the void upon your lips”

“Non sei capace,
provaci a scrivere, una volta almeno,
senza avverbi di somiglianza…
la differenza è tutta lì”

contenta?

Rimettersi le mutande e riusare la parola progetto

E’ meglio la paura dei confetti, è più forte il brandy del vino rosso …

Magie misteriose non ne fanno i poliziotti alla dogana, hanno cappelli a tese strette, giacche cucite per altri ruoli ma i loro sguardi rivelano presto il trucco, la fila dal passo cameratesco non ha la bocca sorpresa e provo ad allargare il loro sorriso aprendo con l’indice il passaporto … la magia è nemica delle divise, dei corsi di perfezionamento, delle cinture con le fibbie numerate, delle stelle lasciate a dormire sulle spalle …

Dall’alto il corridoio umano sembra sputare strisce e bave come un lombrico in libera uscita, schiava la forma e restia la carne a scivolare fuori dai ranghi, non so se sono più al sicuro nella mia bava di metallo e precisione italica o distante dai miei simili: il mio verso è solo più in ritardo, le lettere brillano di solitudine come l’ombra dell’acqua nelle cascate, il magone nel fondo dell’anima provato all’aeroporto di istanbul non lo so descrivere, aria di carta e di vetro asciuga gli zigomi, incide la sua firma sulle guance.

La malattia degli uomini è il possesso del tempo, del corpo e del ricordo, quei mantelli di plastica che incontrano le mie braccia nell’istante dell’arrivo non sanno niente di ciò che la retina ha glossato, non proteggono la sostanza, sono cornucopie e conchiglie ma io ne ho già perduta l’eco … e il sonno arriva puntuale come le tasse alla fine dell’estate e prima di chiudere gli occhi per trovarli altrove riscaldo le mie labbra e alzo il volume dei pensieri: il ritmo delle stagioni non ammette scioperi, il mio cuore è abituato a nuotare, adesso sono un delfino e buco le nuvole con un alito, l’alfiere che rinnega i suoi doveri, mi mancano carezze e attenzioni, respiri che si spaccano a metà e lingue accordate nel gioco della melodia; la vera mattanza è ritrovare tutte le ossa al loro posto, prendere un passaggio dall’alba ché il buio mattutino mi affoga di timore i polpacci, grazie per essere stato nostro ospite …

Quante ore ho dormito, quante parole avrò dimenticato,

per quanto tempo ho pensato a te,

per quanto tempo hai pensato a me?


Ti immagino respirare, parlo da solo, guardo le mie orribili mani, vuote,
questa pelle corrotta nelle gocce d’estate, i segni che non laverò,

i futuri non prevedibili,
il telefono dà segni di vita e mi restituisce la tenaglia degli affetti, il sole prende a schiaffi le guance e non ha tutti i torti, il mento ride e finalmente sa perché: la magia l’avevo nascosta in tasca quando non sapevo neanche cosa fosse …

E’ solo sangue quello che ci attraversa? Detentori di un corpo che non risponde soltanto a volizioni meccaniche, di uno spirito che non ha bisogno di cercare nelle favole teologiche la sua consustanza: ci incarniamo nel respiro o siamo scheletri illuminati dallo spirito?

Troppo tempo per pensare, troppo, è importante riuscire ad imparare come si chiudano gli occhi, quale direzione indichino le rughe sul palmo destro, un mare dietro l’altro, cicatrici curate con sale ed aloe, il cervelletto costretto a sgraffignare il tedio quotidiano per rimanere pulsante, fattivo, ripassa in continuazione le immagini che indossano sempre lo stesso alone: il mistero dei tanti “io sarò” diventati per sempre “io ero”, quel black out che muta i “io faccio” in “io ricordo”, storie credute importanti sbriciolate in pochi istanti, sorrisi diventati tagliole per cucire le labbra come si fa con le bambole di pezza, crisalidi smussate in falene, certe serate completamente sbagliate nel parto, nel posto, nell’intuizione, nel movimento, nella disappartenenza, lei, quella mattina in ospedale, i treni presi e che aspettavano me, i distacchi, le bolle di rabbia, il fuoco prima della scintilla, il ghigno di renzo mentre scopre lo spazio tra il pollice e l’indice, il mondo fuori da me e quello dentro che giocano a scacchi come nel famoso film, lei, io tra di noi, tutte le volte che mi è andata bene, le lagrime respinte all’uscio nei cinema proiettanti kiduk, gli incontri fatali senza se e senza poi …

Ho strani segni viola sull’avambraccio sinistro e sul polpaccio destro come avessi condotto un tango senza respiro con una medusa dalla presa sicura, argentina … passeranno, i pori inghiottiranno endorfina, a volte l’odore del sangue è così forte che mi inchioda all’impatto con la pelle, forse è solo brada immaginazione, certo è solo il rimbalzo dei globuli nel pentagramma dei polsi a ricordarmi adempimenti e stronzate, ballano anche i sassi quando il vento alza la melodia, l’orizzonte è informe, sembra aspettare una linea diritta che ne carezzi il fuoco, un libro inutile sul dialogo interreligioso si sporca di sabbia vicino ai miei addormentati fianchi/canotti: il bicchiere è mezzo vuoto o forse mezzo pieno, avrei dovuto berlo, guardarlo un po’ di meno, ma ce l’ho ancora in mano.

Le tartarughe hanno la faccia strana, i carapaci romboidali indirizzano a volte la forma di profonde gocce che zigzagolano dal dorso agli occhi prima di raggiungere e sciogliersi nel mare (per i romantici e gli imbecilli si tratta di lacrime che esse secernono per motivi non del tutto chiari, affini all’emotività, per i duri di cuore e i biologi è solo sale che contorna i bulbi, prodotto dalle ghiandole oculari per proteggerle come fa il muco negli esseri umani, il contatto con l’acqua ne accentua la dimensione e la profondità nella pelle molto dolorosa per loro, la putredine rafforza le croste. Se non espellessero sale il loro corpo diventerebbe rugginoso, consunto in breve tempo), alcune aspettano anche 20 anni prima di uscire a sfidare la luce del sole: chissà quali memorie dal sottosuolo covano nel loro amniotico limbo, “domani no ma dopodomani forse esco, sono curioso di sapere che forma ha la mia ombra”, un mito della caverna al contrario, prigionieri che conoscono solo la luce ma respirano lo scuro scudo della loro intangibile esistenza segreta, senza che nessuno rompa loro i coglioni o meglio le uova … chi meglio di loro?


Con la sabbia dappertutto, sembriamo tartarughe anche noi che muoviamo il corpo piano in superficie fuggiamo ma chissà da cosa e dove …

Prima i tuoi occhi e dopo io …

Difficile dimenticare il suono, l’odore associato a un nome e quel nome che sopravvive nella mente quando quell’odore diventa ossessione/astinenza; la catarsi forse non la si ottiene non voltandosi più, quando i ricordi prendono la mira raramente sbagliano bersaglio e le frecce sanno colpire anche a distanza con punte di altri tempi e sospiri … io non sono Socrate e ciò che non so vorrei scoprirlo non per capirlo ma per farlo mio una volta per sempre …

Cerchi nell’acqua più veloci di vortici, più pressanti dei miei pensieri di desistenza: le onde mi conoscono, hanno il calco dei miei talloni, non posso fingere di essere un castello di sabbia e come un cavedano potrei raggiungere il fondo per ritrovare un tesoro o nascondere la chiave di certi occhi … oppure galleggiare sulla cresta e ascoltare le parole sognate dai pesci.

“Le cose una volta raccontate si sporcano, finiscono per risultare uguali ad altre cose a cui assomigliano”…

forse è compito del nostro ego/presunzione sporcarci, non credo nei vaticini e negli allineamenti astrali, per fortuna cromosomica l’uomo ha tempra e scelta per leggere l’oroscopo e contare i soldi mancanti, se scrivo parole, tenendo bene in mente chi le riceverà, se alzo la lampada ad illuminare la punta che stringe le tempie è per evitare la sensazione di pulito, usmare qualsiasi profumo che di giorno mi sfugge nel nome e nella trappola delle froge, cerchiare la parte inconcussa dove il loro atterraggio possa avere un senso, proprio o improprio che sia non importa.

Sognando acqua di amamelide che asciughi la mia pelle, rigo con l’indice quella parte di vetro asciutta di questa fottuta stanza, immacolata dagli sfregi di sabbia e polvere e sembra riesca quasi a scambiare quel fatuo percorso verticale con il brivido che ogni tanto scende dalle scapole strette verso il fondo della schiena, intrepido come de gayardon che sfida dall’alto verso il basso il Salto Angel …

A volte la fuga sembra l’unica soluzione, ma anche Sibilla trovò un rifugio per le sue rose, una gola che scandisse la dolce levantinità del suo malessere; come potremmo aspettare un’altra primavera? In questo spazio di tempo, con questo cuore abituato a nuotare, devo provare a capire se il nuovo è solo quella parte di noi che avevamo da tempo nelle costole ma per pigrizia lasciavamo in cattiva compagnia del fegato, se sappiamo ancora stupirci per qualcosa/qualcuno.

Deliri desideri e distorsioni

E se parto ti lascio la mia chiave, una denuncia sul comodino

e il mio ritratto da bambino …

Esiste solo questo sangue senza padroni,
questa roma puttana e spogliata
che non smette di succhiare
e di lasciarsi immortalare nell’era della fotocrazia…

Il tonfo sordo di uno strumento invisibile,
ciò che avanza non è quel che resta,
per i parassiti dell’emiciclo una dignità svenduta in banca,
un cristo senza croce che fa free climbing sui grattacieli
per essere in altezza compatito:
è una legge naturale – dal male si sale al bene dal bene all’odio –
dalla luce il temporale,
quanti chiodi lubrificano questi calendari,
cinquecentotrentasette giorni,
a contarli non ci metto niente,
i tuoni nascosti nella memoria
e la storia non siamo noi,
echi di millantata indispensabilità,
nelle braccia forti e in questo cuore proteso,

non fu lei che disse Ancora,
non fui io che dissi Ora,
le onde mi vengono a cercare,

infilo lettere in bottiglie così da farmi ricordare,
con un coltello potrei tagliarti gli occhi o perlomeno farti paura,
i casquet per farti girare la testa
e ogni angolo è un riparo
aspettando il summerico happy hour…

E non ho più l’età per fare sogni col righello,

cercare gli aquapark,
pettinarmi convinto,
oramai sono nel produci consuma crepa fotti responsabilmente style…

Quando vieni a trovarci,
quanti fazzoletti e bottiglie scoleremo,
se il tutto è più della somma delle sue parti,
se il ritmo in salita non lo tengo più
ma quel pomeriggio di marzo in via roma io ti ho staccato,
chiamami scemo fallito terrone ma è stato il giorno più bello della mia vita,
e ancora notte pesa come il gottardo
e poi canzoni come soffi di ribellione,
nascondere un principio di tristezza in fondo all’anima,

non riconoscersi quando ci si tocca,

tendopoli a tor bella monaca,

la mia vita, una sola,
le tue parole, centomila,
un trofeo alla memoria di chi ci ha visto senza difese,
i tuoi blue jeans diventati tendine da soggiorno,
i prati in terra battuta,
i coraggiosi del giorno dopo
e la fila ordinata sull’aurelia per i pompini da 20

I cani latrano nel ferro spinato,
raggiungo e spingo ma non ricordo il motivo,
continuo a sognare shannon woodward sul divano travestita da robin sul divano svestita sul divano che gioca con .. le mie labbra,
e poi loda la mia puntualità,
i bordi della camicia,
il passo veloce e verticale,
fammi stringere gli occhi e non lasciarmi più solo…

Esiste un lucidalabbra gusto liquirizia?

Lo so che in effetti in coerenza vado male:
tu la vita non la scrivi ma la vivi
e io la scrivo ma non la so campare

Sul mondo e sulla luce

LO SANNO A MEMORIA, LO SANNO DI CERTO …
IL TEMPO CHE PASSA …
LA NOTTE SALVATA …
CI GUARDO NELLE FINESTRE SPALANCATE DELLA LUCE,
PETTIROSSI COME POSSENTI GUERRIERI ILLUSTRANO LA MERAVIGLIA CHE SI SFORZA DI NON CEDERE ALLA FORZA…
L’ULTIMA STROFA DEV’ESSER STATA D’INVERNO, SE CI PENSO, È GELO CIÒ CHE SENTO NELLE OSSA
E NIENTE FU PIÙ POSSIBILE NELLA DEFINIZIONE DI ULTIMO …
CI COMPIACCIAMO DEL SELVAGGIO FRANGERSI DELLA COSCIENZA,
MA IL NOSTRO IDEALE È SOTTOMARINO …
LA VITA RACCONTATA DAL TEATRO DELLE BOLLE:
L’INVISIBILITÀ ESISTENZIALE PER AFFERMARE IL NOSTRO PESO,
PIÙ DOCILE DELLO SPECCHIO APPESO ALL’UNIFORME CELESTE, PIÙ CANGIANTE DI UN ARCOBALENO, DI UN PRISMA …
PER MOLTI SIAMO RELITTI, BASTASSE LA RUGGINE A DARMI UN NOME…
HO VIAGGIATO TRA LE SPIRE DI OGNI VELIERO
PER UDIRE L’INTIMO BATTITO DELLA SIRENA, IL SUO LASCITO ETERNO:
UNA SPINA E UNA ROSA …
UNA CURVA NELLA MEMORIA …
UNA TERRIFICANTE OASI DI PACE …
LA PAROLA NON PIÙ TRASMESSA,
L’ABBRACCIO DESCHELETRIZZATO,
IL GUSCIO OCULARE SVUOTATO,
LA VERGINITÀ, DI ROSA DIPINTA …

SCORRONO, COME PIANETI,
E NOI TENDIAMO GLI
INDICI PER INDIVIDUARE LA PERFETTA SOMIGLIANZA CON L’INFINITO.