Racconti metropolitani – Serdika

Si incontrano alla fermata di Serdika ogni mattina.

Non credo abbiano preso appuntamento o siano colleghi di lavoro.

Sgomitano tra i viaggiatori mediamente incazzati e il rumore in sottofondo è piatto, una medusa pronta a lasciare ultrasuoni nell’aria. Asiatici i suoi contorni e la sottile cinta chiara detta una analisi dei fianchi notevole; burbero lui nel suo cono d’ombra sgraziato, con gli occhiali che allargano il viso, come un minion sputato fuori dal sottobosco.

Intorno alla linea gialla ballano, prendono posizione, rinsaldano la postura, sembrano pronti per l’impossibile, sembrano doversi lanciare nell’iperuranio dove a turno ognuno riceverà una ricompensa: li guardo a distanza, gioco con i lacci del mio zaino, nella mente un fascio di nervi e distrazioni allontanano le maledizioni verso quei lunedì che sembrano una camera piombata; sogno di immergermi in quell’iperuranio e non uscire più, una strategia del mio corpo di ridisegnarsi altrove. Il rumore adesso è un jet che scarnifica i timpani, i finestrini chiusi tremano e difformano la mia bocca: adesso sto mangiando un cappello enorme mentre il vagone accelera, anche chiudendo le labbra sarei un gigante famelico prima di tornare alla realtà, alla fermata successiva, dove la mia vicina ne copre la piccola estremità come una carta da buttare in fretta.

La pubblicità sui pannelli mi invita a cambiare orizzonte e per ogni “viaggio impossibile” di recarmi da helikon per prenotare una vacanza verso luoghi neanche immaginabili.

La vacanza è nella mia testa ogni volta che la realtà si aggancia alle mie spalle, nuda e martellante.

Nel 2236 dovrebbero arrivare gli alieni sul nostro pianeta. Tramite il progetto SETI, stiamo inviando onde o modulazioni che dovrebbero essere recepite da altre forme di vita provenienti dal cosmo.

A pochi metri da me, gli occhi della hostess seguono un profilo quadrato, sembrano non aver mai conosciuto l’ampiezza della profondità, l’armonia degli angoli: il suo inappuntabile stile lufthansa (tailleur – foulard – borsa – mascara blu) non appartiene a questo cilindro di esseri disumanizzati, palline nell’iperuranio dalle pupille indistinguibili come fotocopie.

Di fronte a me, la ragazza seduta con le calze color senape indossa un ciondolo verdino con una gemma chiara che assomiglia ad una sfera di padparadshah, il disegno di un arazzo sull’abito marrone, esibisce un collo sottile e legge un libro di Gospodinov. Quel libro che sto cercando da anni tradotto e non esiste da nessuna parte. Con la fantasia l’ho già sollevata, portata via da questo grigio sottomarino e sposata. Le fossette si allargano durante la lettura: chissà se vorrà sposarsi qui o in Italia. Alzo lo sguardo, lo punto sull’arco delle sue guance ma lei è inflessibile nella lettura e rigida nella posizione. Scende alla fermata successiva.

Senza alzare lo sguardo mai. I miei pensieri, le partecipazioni e la mia fantasia scendono con lei.

Il mio turno comincia tra poco. Ripasso i pochi doveri e ripenso a quel sogno di pochi giorni fa: con dei capelli da medusa mi stringevi e mi facevi male.

Non riuscivo a respirare.

Nella stanza, ad occhi aperti, non trovavo una via d’uscita.

Le porte si aprono, l’asiatica sorride e gli augura una buona giornata.

Come ogni mattina.

La colazione mi sale in gola.

Next station G.M. Dimitrov

Ho pochi stotinki in tasca e 7 caramelle balsamiche.

Quando verranno a prenderci chissà se avranno ancora paura di noi.

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