Credo in Babbo Natale ma lui non crede in me

Era il freddo.

Era la traccia di cenere nel camino.

Era la rottura di coglioni.

Era la sfumatura nel buio.

Era sentirsi un bulldozer.

Era la letterina che si doveva firmare.

Era il principe sulla torre.

Erano i “rospi” sulla tavola e il profumo di una candela mozzata.

Era la storia del camino: la sciatica dei grandi e la sciarpa con i colori scuri.

I film di Steven Seagal.

Erano le sfigate cartelle dispari a tombola e l’ineffabile barare a carte di nonno.

Era il presidente che non muoveva un ciglio.

Era ricevere un bacio.

Sperare di avere quel potere che riguarda il tempo.

Sperarlo ancora.

Ero io. Era lui.

Era una notte così piccola che la potevo cancellare con lo sguardo.

Ti sembro un tipo che beve alcolici col ghiaccio?

Avevo rotto da pochi giorni con Ina: mi coprivo di rumore per non sentire la voce, di sigarette per occupare la gola, stilavo ricombinazioni e liste per tenere occupato quel neurone indemoniato.

Mi sembrava di avere un burrone al posto dello stomaco

e di non essere pronto al salto.

Come un guscio che continui a togliere senza raggiungere il nucleo.

Avevo la sensazione di desiderare il fallimento,

nelle mie labbra verso labbra che non riuscivo a sigillare,

nelle fibre della mia carne, privata e sempre tenuta sotto chiave.

Poi arrivò un terremoto dolce, una tensione superficiale a scuotermi,

come la goccia d’acqua sapevo danzare, sfidando la vibrazione dell’attrito,

imparando a difendermi dagli assalti che invisibili portavo ogni notte.

Giorno dopo giorno, intuire il ghiaccio sciogliersi dentro, la lingua rinforzarsi, il pensiero colmare uno scrigno inviolato.

Sentirsi appagati di cose minime per tamponare i vuoti,

le assenze di risultati

il deserto pneumatico nel cuore.

Il girare stupefacente. Il vento. Il vento ancora.

These last half second before your soul shivers out of your bones”

C’erano stelle senza cadere

e c’era il mio cuore in pessimo stato.

Dicono che si possa vivere con un polmone di silicone, dicono che, nelle sere di aprile, alcuni fasci di luce si ricompongano convergendo verso il centro come piatti su una tovaglia infinita.

Uno stellemoto che spazza il cielo come un faro.

Ci manca, sempre, qualcosa

piacere, calore, odore e ombra.

Ci manca abbracciare e accarezzare la solitudine,

come un figlio atteso e creduto perso.

On the edge of my mind

Proprio quando le ciglia calano il sipario

I’m happy living here in the dark on the edge of my mind

sognando la libertà di fuggire da questo posto maledetto,

se parto o se resto è lo stesso

tu c’eri ma non ci sei adesso…

Un tuffo da seimila metri,

una traiettoria invisibile,

grilli nel grano a smorzare melodie,

gli occhi sui bicchieri e i bicchieri a fissarci gli occhi

insistendo nell’indovinare i colori del domani

di questo cielo straniero e ritroso,

e stare sveglio fino all’alba con gridi di corvi

e tubare delle tortore nelle mani.

A perdita d’occhio e di cuore.

Se lo zodiaco è un astro di ghiaccio

anche tu invano cerchi di entrare nel mio inverno

senza aver mai assaggiato

il gusto di fiocchi di neve sulla tua lingua.

Forse ogni cosa parla da sola,

appare in disarmo anche il rumore delle cellule.

Come un’ombra morbida e profumata,

quando i cristalli di ghiaccio trasformano il colore del mattino in sfumature rosa,

in corallo al neon

e le montagne aspettano il soffio dell’enrosadira.

Un gusto d’equilibrio

scoprire l’universo con le parole

immaginare dio come creatore

astronomia, la parola che ingoia tutte le parole

E poi, tutti completamente immaginati, avanzeremo a loro immagine e somiglianza …

Baule beige

“I’d curse my heart for you”

Accendo la luce, mi avvicino al baule.

Ogni volta che lo apro sembra che la combinazione di rumori si allenti,

come una porta che indovini il respiro di chi si avvicina.

Stringo gli occhi: i biglietti del cinema, l’immagine di una torta, una candelina, alcuni fogli sparsi accanto a vecchi diari, una sciarpa lisa, pezzi di vetri frantumati, orologi rotti, monete appartenute a nonno, banconote di vari paesi, talismani dimenticati e una custodia con le foto.

Le nostre.

Fino a poco tempo fa, non ce la facevo a guardare le tue foto.

Era come avvicinare la mano ad un oggetto tagliente.

Mi guardavi negli occhi con una tale fiducia; quelle foto mi davano un senso di irrealtà al contrario: ciò che non poteva essere, l’inverosimile, era la vita fuori dal ritratto.

Non tu, da quel lato, sorridente.

Noi qui, adesso.

Le carezze che facevi sulla pelle cambiano direzione, passano da presenza rivissuta a esperienza postuma.

Immaginare quella pelle ora ha il sapore della salvezza e anche della violazione.

La bellezza che un tempo è stata con noi ci resta incollata addosso.

Anche il suo timore. Anche il suo male.

Devo tornare ai nostri primi scatti, spiarci da giovani.

Vedendoci allegri, senza dubbi sul futuro, ho l’impressione di recuperare una certezza: il passato non è stata una mia invenzione e che, in qualche punto del tempo, noi c’eravamo.

E’ una consolazione, superflua per questo imprescindibile e necessaria.

Nel silenzio della notte, rumori di velluto e la caduta di una stella.