Un tuono senza voce

Ogni cosa era immersa nella nebbia, davanti e dietro di noi.

Stavamo camminando racchiusi in una capsula tra due amnesie.

Qualunque sia la forma che i simboli assumono nella tua mente, non fermarti.

Fa talmente freddo che sembra di essere nato da un uovo di pinguino in Antartide,

con un pugno di piume congelate,

in un continente in cui non c’è un solo ufficio postale e l’unico modo per consegnare la posta è il vento.

Il tuo tocco è il freddo vento polare che recapita la posta

e soffia dentro il cuore spazzandolo via in ombre di oscurità riflessa.

Non addormentarti ancora, al contrario di quello che si crede,

non è lì che i sogni si realizzano,

il tuo corpo, funzionante, adatto, versatile è l’unica esperienza mistica possibile.

Una voce nel buio, un respiro improvviso, il tocco delle dita sulla schiena,

la luce che cade implacabile come un castigo.

Sei la primavera che io aspettavo,

la vita moltiplicata e brillante,

in cui è pieno e perfetto ogni istante.

Questa pelle buttata e corrotta

Questa luna poi è un Gigante?

Un occhio crudele che ti aspetta al varco, nei polmoni il sapone dell’aria, ti sfida e aspetta che ti arrendi, un altro passo ancora, una tensione interrotta, la mossa sullo scacchiere, inattesa e non riproducibile.

Galassie perdute nel puntino di una mente umana,

apri le tue mani per afferrarle e rimangono solo screpolature azzurre:

convincere la notte a non addormentarsi,

a risplendere su questa pelle opaca,

insonnie fragili si prendono il collo, la colonna vertebrale, l’emisfero destro della tua rinascita.

La bocca inerte perde parole come sangue da una ferita malcurata,

lo spazio che si prende l’onda sulla superficie dell’acqua,

siamo pelle e ossa, capelli, nervi e sudore,

siamo abili come pernici ma lenti nel pensiero, disadattati,

con la tendenza a naufragare:

sdraiato sul pavimento,

meccanicamente spento,

la lingua fissa sul palato, la punta del naso in alto come un aquilone che prende la rincorsa,

cerchio le cose che non ritrovo, aspetto i desideri come una moneta ritrovata nell’abisso.

Essere amati non è come amare,

quando ci si innamora è come scoprire l’oceano dopo anni di salti nelle pozzanghere.

Tutto ha un’origine e una ripetizione, la fossetta che si allarga sul mento,

il primo tratto della matita sul foglio, la scintilla nelle pupille di un gatto,

l’esplosione di una stella tardiva, la rabbia e la solitudine,

il vento e la sua bombola d’ossigeno:

se spengo gli occhi, questo Gigante farà finta di non conoscermi?

Perduto in una sola immagine

Tornavamo a piedi immersi nella folla chiassosa e davanti la vetrina di un negozio del centro

mi fermasti con il passo laterale di chi vuole infastidire.

La linea delle labbra sottile, le braccia tese come un’orazione:

“Adesso è il momento di farci una foto”

“Non mi sembra il caso”

“Non discutere, sai che non ne esci vivo. Muoviti, vieni qua”.

Il riflesso di due ombre strane sulla vetrina in controluce,

uno sguardo, nell’intesa una spora di appartenenza, che tradisce altri universi dove forse sono io ad intercettarti il passo e tu restia ad essere immortalata.

La città è ancora in piedi, malmessa, probabilmente presto morente.

Sopravviverci è un atto eroico, le vetrine sono opache, la luce cade tra i volti innocua,

niente sembra memorabile, distanze e riflessi si confondono e si annullano.

I tuoi occhi adesso magari sono persi nel blu, all’inizio del giorno la voce era come un segnale,

l’avvertimento che ci sarebbe stata ancora luce, il desiderio, come unica estetica e àncora.

Ricordo una voce acuta, come avvolta nel ghiaccio.

La voce di un astronauta.

Ci sarà un luogo oltre i luoghi dove ci ritroveremo?

La vita si inarca tra ritorni e amnesie.

Tendo invano l’orecchio interiore, la vista ulteriore in cerca di segni. Non voglio disturbarti però vorrei saperti, sapere che sei e non solo che fosti.

Non ti dimenticherò finché non saranno morti tutti i fantasmi che piangono dentro le mie vene.

Se adesso ci sono dragoni a proteggerti nel tuo incedere,

se la forma dei simboli e la luce di una fotografia ti rendono libera,

l’istante successivo in cui il destino si rivela,

è quello che conta.

Finchè resta un po’ di fiato

I costanti risvegli tumultuosi degli animali,

il figlio del fornaio che un giorno riceverà la buonanotte dal padre,

il terzo sabato del mese, i numeri della lotteria che escono sempre nell’estrazione successiva,

una mendicante poco coperta, salendo verso il Carmo,

che apre la bocca e non ha paura di scomodare i tuoi antenati,

quando le monetine non producono rumore,

un passo, l’intenzione, la noia e il pensiero fisso dove inizia l’Oceano e finisce la voglia di buttarcisi dentro.

Un uomo fuma con degli occhiali storti all’ingresso della metro,

nel buio totale:

probabilmente alla fine di quella sigaretta,

i suoi pensieri non avranno luce comunque,

è un miracolo intessere la lucidità insonne e la capacità di non crollare contro il muro,

soffio sulle mani come a donare loro una forma, una vibrazione, una responsabilità.

Il freddo è come ortica sulle ginocchia,

sottile e irritante, non lascia altra possibilità che guardare in basso e strofinarsi.

Correre, inutilmente,

inventarsi il record del mondo di sampietrini in cui cadere,

canticchiare fuori tempo ed immaginare,

nelle pupille disgustate dei passanti, un futuro senza talento,

distrarsi ed eccedere con lo zucchero,

contarsi, inventarsi un gioco,

la demonetizzazione dei propri sogni,

un sogno erotico finito ancora prima di addormentarsi,

sbagliare outfit, sbagliare strada, confondere luna e lampioni,

perdere i momenti, ingoiare a fatica,

sbagliare mentre l’Oceano ride e tu lo guardi pensando debba finirla ma lui sa che lo rifarai, ancora.