Cherofobia

Fissare il cornicione e dettare la rubrica al proprio caos quotidiano,

con la paura di veder cadere il vaso come l’apice della lingua su un naso arrossato,

come cercarti un neo con il radar dello sguardo.

La paura della felicità è la punta di una nave che oscilla mentre guardi il capitano con preoccupazione.

Poi si scopre che è lui a provocare le onde …

Le tue mani piene di ciliegie che avrei dovuto trattenere,

sulla mia bocca,

in mezzo a quel cielo che in diagonale feriva il nostro sguardo.

La mia passione per la blasfemia,

la tua precisa deduzione del corso degli eventi onirici,

quando guardi in alto e centellini le parole.

Una derivazione, un tratto, un vortice di paura, una cadenza ilare, calibrazioni, resti di me.

La nave fuori rotta, le anche abbronzate,

considerazioni anche sulle aragoste,

le labbra lasciate ad asciugare.

Il corpo che prende vita, il corpo che si scuote,

il corpo che trema al tocco dell’altro.

Gli istanti e gli sguardi: lo stupore tenuto tra le mani.

Le cose recuperate dagli abissi delle profondità e quel che pattina sulla superficie del desiderio.

Il concedersi e l’allontanarsi.

Ridere di noi. Senza fatica.

Con questo silenzio vero, crudele,

che sembra “rimproverare perfino al cuore di battere”.

La fine del mondo

Cafuné.

Questa parola portoghese, di arcaica e ignota provenienza, rimanda al movimento delle dita, delicato e cadenzato, tra i capelli della persona amata.

La definizione di una parabola, di un’ascesa e poi un ritmo, l’immagine del desiderio più che l’atto in sé.

Era una notte a fine novembre, Lisbona era fredda, non offriva altri sbocchi se non cercare di ripararsi nella pelle e nella mente, stanchi.

Scendevo dalla strada che riportandomi verso Cais do Sodrè confluisce nell’incrocio affollato di persone, stordite formiche che si muovono a passo spedito, dopo aver decifrato la propria giornata.

Dentro lo stomaco ruggiva, di fame e di solitudine.

Casa ancora lontana, il buio pronto ad avvolgermi quando fuori dal palazzo che fu dimora nobiliare una luce arancione mi colpisce, bloccata da un cancello quasi completamente arrugginito.

Un vaso enorme e alcune ingombranti piante chiudono il varco d’ingresso, ma nello spazio chiuso questa luce sembrava non voler affievolirsi: non era il riverbero di candele o il riflesso dei lampioni sulla strada affianco, sembrava quasi una presenza infastidita dal rumore intorno, dal passo e dall’aura non comprimibile, che aspetta qualcosa o qualcuno, alla fine di quella cattiva abitudine.

Mi sono affacciato per guardare meglio: tutt’intorno solo il vuoto, la gente passava indifferente, restavamo io e questa luce a dirci cose che probabilmente non sapevamo di doverci dire.

Il palazzo, leggo una volta tornato a casa, è stato abbandonato dopo che un casato nobiliare a fine Ottocento aveva perso le sue proprietà in Portogallo, decidendo così di lasciare il paese trasferendosi verso terre americane.

Lo stabile è decadente ma non ci sono indicazioni sul proprietario e sulle prospettive di ristrutturazione.

Nessuna fotografia trovata online mostra immagini recenti di locali illuminati, di oggetti potenzialmente funzionanti, nessun volto o collegamento che rimandi a qualcosa di reale, di odierno.

Chiudo gli occhi, aspetto il sonno.

Magari nella triste decadenza di una notte di fine novembre, qualcuno accarezzando i capelli della propria amata, in quel palazzo immobile, ha conservato una scintilla di luce, che è rimasta tra le stanze, come un soffio a testimoniare qualcosa di inesprimibile e vivo.

Come la luce che aspetta di spegnersi, alla fine del mondo.

E’ la fine del mondo e mi sento bene.

Stegosauro

Il futuro è un pezzo di argilla,

vedo la forma che il mio dovrebbe prendere,

ne sbozzo un pezzettino ogni giorno.

Non voglio tagliare via la parte di mia che ha paura.

Non voglio rendermi insensibile.

La bocca del mostro ha mille denti,

ogni ombra è un pugnale pronto ad urlare,

il destino sillaba un nome, una scelta, l’impero del suono:

cavalca la tua adrenalina fino al tuo sogno impossibile,

e se il cuore ti batte fuori dal petto lascia che nuoti controcorrente.

Non credo nell’inferno,

solo nella gravità e quella sua paura di essere abbandonata,

essere adesso quello che io volevo essere.