Racconti metropolitani (Marques de Pombal)

“Ci sarà sicuramente un uomo vestito da Gatsby,

e un’ombra che assomigli a Daisy”

Grattandomi la barba, aspetto arrivi sera e sono già in ritardo per la festa e con sempre meno voglia di andarci.

Dress code richiesto: anni 20, cantano fulmini alla finestra, rimbalzano sul vetro e arrivano dentro la camicia quasi intonata alle ciglia stanche.

Appoggiato ai sostegni della metro un ubriaco abbraccia la sua bottiglia di ginjinha come erica innamorata della vite, filtrano odori di scarpe zuppe e plastica inservibile.

Uno spazio asettico, discinetico, blobbesco: occhi, mani, volti, brani si incrociano al culmine di una griglia scomposta, c’è chi accelera per ricordarsi dove ha lasciato la vita in sospeso e chi dissotterra pensieri come asce di combattimenti incendiari.

Una ragazza sposta l’ombrello e fa sedere un Simenon fuori stagione, bombetta in testa e borsa in pelle rettangolare: dentro l’involucro magari conserva le lenti dei suoi occhiali, l’inchiostro da consumare e nella testa l’incastro di parole velenose da sputare come sangue che esce dagli occhi di una lucertola cornuta del texas.

Ha lo sguardo di chi ha corretto la propria vita e la forma delle ginocchia oblunga come un trapezio rovesciato.

Passo tra i tornelli, prendo le scale, esco protetto dallo sguardo del Marchese, scorgo poco lontano un cimitero di automobili, sopra di me il riflesso di Icarie e Zephirie nelle mappe planetarie che con ogni probabilità sono deserti inanimati.

Immagino gli occhi di un selenografo stanco che conosce la vita,

altrove, la sillaba muta.

Secondo la leggenda la regina Isabella d’Aragona trasformava rose bellissime in pane da distribuire ai poveri.

Dentro la solita tempesta di luci e rumori assordanti, vedo rose bianche e soffici come lana primordiale.

Free drinks anche a chi non si sente Gatsby:

questo rum sarà la mia arma contro la tempesta.

Next stop Laranjeiras

Racconti metropolitani (Chelas)

“Muoviti ad arrivare che ho fatto la pizza e non la trovi se fai tardi”

Sono passato tante volte sotto la strada a scorrimento veloce che porta a Bela Vista e non avevo mai notato una fila di tende, in un campo apparentemente disabitato, disposte come fossero pezzi di tetris da incastrare.

Non so se siano state lasciate lì da qualcuno, mi piace immaginare che invisibili spiriti indiani trovino rifugio nella notte lisbonese, respirino sotto questo cielo, libero e incrollabile.

C’è un piccolo gallo inciso tra le piastrelle dei vicoli di Barrio Alto che ti guarda fisso e non vuole cantare, una luna spesso obliqua, pallida, indisponibile, angoli spigolosi che portano tutti inevitabilmente su colline più alte, miscele di caffè che si fa fatica a sopportare, lampi di verde istantaneo subito stinti dietro un grigio dinosauro che non ha voglia di togliersi dallo sfondo.

Cammino segnando il passo e alla fine della discesa entro in metro con pensieri leggeri e sgonfi:

quando smetterà di piovere e come asciugherò questo continuo tamburo bagnato che è la mia mente?

Come faccio a non cadere su questi marciapiedi saponati, come respirano i pesci che non scappano da niente, quanto veloce può una lingua correre senza che il cervello si inceppi, senza che la testa non diventi un acquario stracolmo?

Il bigliettaio ha una faccia che ha conosciuto lunedì migliori, magari la moglie ha cucinato l’ennesimo baccalà alla brace e il suo stomaco assomiglia ad un fiume senza ritorno: guarda i passeggeri, probabilmente neanche capisce perché passino da lì, ha un maglione scuro e mani brutte come quelle di una statua scheggiata.

A pochi passi dal Miradouro di santa Lucia, l’elefante che tiene tutti in equilibrio e fino a quando non gli verrà da starnutire ci salva ancora è un totem perfetto:

questo pavimento ha un equilibrio instabile,

noi siamo pedine instabili,

il mio cuore minacciato da uno scacco matto.

Il re, fuggito, in tempi non sospetti.

Foglie stanche, mare muto, aria inquieta, vento imperante.

Accelero il passo, metto le mani in tasca,

l’ultimo pezzo di pizza, mi basterà.

Next station Marques de Pombal

Racconti metropolitani (Alameda)

Arrivo trafelato all’ingresso del tunnel:

fuori dalla metro vedo una piccola scatola ammaccata, forse lasciata da un turista o da una ragazza distratta.

Dentro la scatola si intravvede un filo, potrebbe essere l’ultimo pezzo di stoffa inutile o consumato, potrebbe essere la tessera di un messaggio, una volta importante, adesso catturato dal mio sguardo indifferente.

Sulla banchina c’è l’atmosfera di un paese dopo la guerra: si respira al ritmo del cronometro che segnala il prossimo treno e ci si guarda la borsa, con sorrisi stirati e paure nuove sempre in agguato.

Il vagone è pieno, i finestrini ballano e restituiscono smorfie stanche, capigliature ardite, baveri di giacche un tempo impeccabili.

Appoggiato al palo, un ragazzo dai lineamenti brasiliani, sfoglia una rivista, in copertina noto un fumetto che non riconosco, ha la bocca che sembra disegnata al contrario, con i baffi in rilievo e le labbra contratte: non c’è luce nel suo sguardo, solo concentrazione e distacco.

Se passasse un vortice ad alta densità nella materia omogenea intorno a lui, non se ne accorgerebbe e cambierebbe pagina, incolume e inflessibile.

Ripenso al mio piccolo universo che riesco a muovere, ogni giorno, con energie che non so come mobilito, innervo, plasmo.

Vorrei, ogni tanto affidarmi, ad una calamita che non sa dove appoggiarsi e continua a cercare l’attrazione che non conosce, vorrei svegliarmi la mattina, passare oltre quel parco eccessivamente verde, e scambiare la mia vita con quella di un estraneo,

sentire sulla pelle l’effetto di un’altra testimonianza,

gli occhi incrociare una scala cromatica imprevista,

le spalle reagire ad un peso diverso,

allontanarmi da questa ombra che mi segue come un detective incarognito.

Mi metto in coda per uscire dal vagone, l’aria sembra diventare morbida come pane bianco, stringo il mio bavero, anch’esso testimone di tempi migliori: chissà quali ombre lasciano sui sedili questi uomini sconosciuti, li cancello dalla mia vita con un passo e, nella strada catturata dalla luce, il sangue mi suggerisce di non voltarmi indietro.

Chissà se poi hanno sbagliato strada o stanno venendo ad incontrarci, chissà se quel filo è passato tra le mani di qualche coraggioso avventuriero.

Next station Chelas

Come un gatto al sole

Ogni goccia è uno specchio e ogni specchio cerca un volto da rubare e restituire.

Ogni goccia sogna di imprigionare un universo nel proprio riflesso prima di seccare e scomparire.

Palpebre di onde, mille occhi in fuga come foglie sull’acqua.

Tetti di roccia che si levano sul limitare del giorno,

con l’illusione di segare il tramonto, travestiti da ombre.

I pensieri dentro feroci passano e urlano,

un destino da millefoglie cerca il suo peso per non sfaldarsi,

bolle afose arretrano e non vogliono scoppiare,

ombre di animali dove cercare rifugio e poi di nuovo scuro

“fuori dal blu, improvvisamente …”

Mi lascio derubare ore intere,

come un gatto al sole.

L’estate è il sangue che ti avanza,

la riserva non ancora gelata,

la pistola che, stanca, sorride per metà,

un vestito sfoggiato in tempi migliori,

una cartolina ruvida spedita da chi ci ha già conosciuto.

Altrove.

Cannocchiale nero

“Can you see stars from wherever you are?”

Mi ha sempre affascinato l’ordine presunto che immaginiamo in cielo.

Forse perché, sulla Terra, fingiamo che il disordine sia un metro di giudizio.

La lente principale è impolverata, i vetrini di prisma dispersi in chissà quale decomposizione.

Strizzo gli occhi e ricordo le stelle che provavo ad intrappolare, in questa maniera annebbio la loro forma, così scompaiono lasciando alla retina una polvere onirica.

Mi chiedo ancora cosa nascondano gli Oroscopi.

Quali pianeti recitino la parte delle Moire.

Il loro movimento, dicono, è ipnotico, non si può fermare né accelerare.

Credere di dipendere dalla loro cadenza.

Osservare la luce bianca di Sirio, intuire le stelle, basse e fredde, che non ho mai saputo riconoscere, puntare Venere e seguire con precisione le trasformazioni di quella splendida Vergine, a fine estate.

Sembra un asterisco argentino, quando compare, come stella della sera, quasi dal nulla, come per magia e scende giù dietro al Sole.

Una scintilla della luce perenne.

E’ sempre al Crepuscolo che accadono le cose più interessanti, perché allora si cancellano le normali differenze.

Peccato non riuscire a vivere in un Crepuscolo eterno.

Insieme o contro di me

I dettagli, le cose impercettibili.

La vita interiore, l’odore dell’erba, la sensazione dei granelli di sabbia sul pavimento del bagno quando ti togli il costume.

Un viaggio dell’immaginazione, del movimento, le gambe piegate all’altezza delle ginocchia, a novanta gradi, che scalciano in modo distratto,

i tuoi piedi languidamente per aria.

Una specie di tesa passività,

corpo e mente sintonizzati con i cinque sensi.

Corpi nello spazio e nel tempo che si muovono lungo una certa parabola.

Ombra e luce. Spazio positivo e negativo.

Sulla sedia più alta come faraoni del nulla.

Poli di meraviglia che costringono l’attenzione ad oscillare fra presenze contrastanti: siamo chiamati a deporre più che l’incredulità, la vacuità di opinioni fondate quasi esclusivamente sull’abitudine, per farci bestia e candore, luce e buio, superficie e abisso.