Racconti Metropolitani (Laranjeiras)

Per andare a lavoro, ogni giorno passo davanti al giardino zoologico, costeggio l’entrata secondaria e mi ritrovo spesso a decifrare rumori e indovinare odori, dietro un cancello verde persiano.

C’è una palma che rivaleggia con le giraffe e una luna ancora alta mentre accelero il passo e mi concentro per evitare di cadere sugli osceni marciapiedi benfiquensi: all’ultimo semaforo, svoltando l’incrocio, nella strada deserta, una porta laterale si apre, sento il cigolio sotteso di un chiavistello, un’ombra si dilegua, l’altra resta ferma e poi straripa, come una macchia di vino ormai rimpianta.

Occhi liberi, respiri accorciati, destini rovesciati come carte dal dorso scuro: il giardino si popola di sogni muti, ultimi, calibrati.

Il suono è una cattedrale, cento spine cercano un centro mentre il fiore si addormenta, mi sembra di riconoscere la pupilla della giraffa che inscena un desiderio, inciampo, sorrido e blocco le caviglie.

Oltrepasso l’incrocio e vedo, oltre la metro blu, il palazzo sullo sfondo che mi riconosce e urla il nome, quello ormai inghiottito.

Sguardi, frenesie, pensieri, rincorse, torpori e passeggeri infiniti: li disintegro chiudendo le palpebre, dentro il mio petto in gabbia, il vento mi scuote come una scintilla irrefrenabile, sogno il sogno della luna che riconosce tutto e dimentica sempre,

mi abbasso ad evitare ricordi minimi,

le previsioni per gli sfortunati sotto l’ombrello di Ofiuco virano all’incomprensibile,

conosco il modo per invitare i fantasmi a restare e la paura di lasciare baciarmi:

in questa città che fluttua nella luce, si screpola nell’acqua, ingorda, luce diffusa, appassionata, volatile che appartiene ai quadri di Matisse e alle sere di Olissipo.

Un modo per risolversi, per far dispetto agli occhi fissi di Camoes, trattenere l’anima come scrigno inviolato e poi regalarla ad un passante, sentire una nuova energia appoggiarsi sulle spalle, come un corpo celeste mai identificato dalla scienza, mai visto prima, mai visto dopo – e poi nel cielo non rimane più nulla, se non una stella solitaria, come un asterisco che rimandi a un’irreperibile nota a pie di pagina.

2 pensieri su “Racconti Metropolitani (Laranjeiras)

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