chiudo gli occhi e mi pento

Raccontano che alla sommità del cranio dovrebbe trovarsi un’altra apertura e lì cresce un fiore di loto che sale fino al cielo.

Scandagliando nella vacua densità interna, mi sembra che tutte le superfici siano deserte e scivolose, in cerca di una concretezza proibita.

Solito consuntivo, alla fine dell’anno che declina,

solita necessità di tracciare una linea mentre queste candeline guardano la forma del viso declinare le rughe:

Cos’ho di veramente mio dentro di me?

Il suono di una conchiglia,

il rombo del mio stesso sangue

il burrone di una nostalgia immobile.

Libero di piangere sulle mie piccole miserie:

se c’è un altro mondo, un mondo migliore, un’armonia sconosciuta

mi sforzo di sentirne il peso tra le scapole

mentre la vita ci passa affianco, distratta e rumorosa.

Frammenti di vetro dentro un caleidoscopio preparandosi al volo nelle segrete dell’istinto.

Gli occhi che rubano l’identità,

voci distinte e una calamita per attrarre i segni mentre l’ombra dietro lo specchio mi insegue, si accartoccia e diventa il neo dentro la colonna vertebrale.

Nella bolla di questi anni, confusi e volenti,

il tuo respiro accennato come l’esitazione di un direttore d’orchestra nel silenzio,

quando avrei dovuto cedere al richiamo e al destino,

nell’attimo complice e puntuale,

proprio dove la risata muore in gola.

Anni di alabastro e malachite,

ad inseguire ancora la gioventù con occhiaie di terza mano:

cerco ancora la spina dorsale delle farfalle, tu hai poi trovato il senso nella cometa che bruciava e nei fiorai aperti di notte?

Luce che spunta, spettina e sporca questi occhiali indifesi,

acqua di fiume che ruggisce e poi bela,

il palato è un deserto torrido: della tua bocca è confuso anche il miraggio,

la punta della matita sbeccata e dentro il petto un cuore caricato a salve.

La cera spenta di una lampada a paraffina e la piega sul libro, tra quei versi sottolineati due volte:

il tuo regalo, ad indicare sulla pelle il sospetto di un fuoco che brucia ancora.

Apro gli occhi e incontro i tuoi, come unici testimoni.

Sorrido di nuovo, come un bambino un po’ monello.

Nient’altro.

Non so nemmeno cosa sperare.

Un domani che non ho visto ancora.

Un altrove dove non sono mai stato.

Una promessa, alla fine del mondo

La cenere torna fuoco

un altro sole

un fiume di luce, scintille di trasparente argento

riverberi e traguardi

tutto sta per compiersi

il silenzio e la ragione

l’urlo e la genesi

gli occhi non sanno più distinguere

tutte le parole sembrano perdersi come foglie nel vento

Vento che rapina gli occhi e solletica i talloni

freccia che punta al cuore

telefonare solo per ascoltare una voce

deludere gli istanti e proteggere rimpianti.

La luce dalle vetrine, oscena e cattiva come una notte prematura,

una precarietà emotiva prima simulata poi indossata in fretta

Ciò che manca, qui, è l’impalpabile sentimento della durata.

Un sentimento, un bersaglio, non sentirsi estranei.

Alla fine della notte

tutto sta per iniziare

Credo in Babbo Natale ma lui non crede in me

Era il freddo.

Era la traccia di cenere nel camino.

Era la rottura di coglioni.

Era la sfumatura nel buio.

Era sentirsi un bulldozer.

Era la letterina che si doveva firmare.

Era il principe sulla torre.

Erano i “rospi” sulla tavola e il profumo di una candela mozzata.

Era la storia del camino: la sciatica dei grandi e la sciarpa con i colori scuri.

I film di Steven Seagal.

Erano le sfigate cartelle dispari a tombola e l’ineffabile barare a carte di nonno.

Era il presidente che non muoveva un ciglio.

Era ricevere un bacio.

Sperare di avere quel potere che riguarda il tempo.

Sperarlo ancora.

Ero io. Era lui.

Era una notte così piccola che la potevo cancellare con lo sguardo.

Colori trattenuti nel ghiaccio

Da uno strano sogno ad occhi aperti fatto di oscure rivelazioni,

lui si risvegliò accompagnato da una strana sensazione.

Così si voltò verso la folletta che lo conosceva meglio e si portò

le morbide mani di lei sull’abisso del suo cuore.

Avrebbe battuto in futuro come aveva battuto in passato.

Ma quanto è spaventoso riflettere quando batte così veloce.

Lei disse:

“Stai attento, o il tuo povero cuore potrebbe scoppiare”

“Lo so” rispose

“Non voglio che si fermi”

Bud

Aveva raggiunto il punto in cui ogni cosa che incontrava trovava posto nella sua musica: una geografia personale della terra, una biografia orchestrale di suoni, colori, odori, sapori, e gente; tutto ciò che aveva provato, toccato e visto.

La vista gli nuotava fra luminosi dischi di luce: attese che le immagini svanissero ma il loro bagliore si era impresso come una forza blu, un fulmine d’argento nella sua testa.

Annusò l’aria, vuota se non fosse stato per lo strepitio degli uccelli in partenza. Si scoprì osservato dalla propria faccia in una pozzanghera, il riflesso del cielo profondo come lo spazio. Raggiunse la strada, facendo attenzione a non calpestare la propria immagine.

Ti piaceva star seduto in un bistrot mentre il cameriere accatastava le sedie e raccoglieva gli scontrini perchè ti sentivi – come mai ti riusciva a New York – l’ultima persona della città ad andare a dormire.

L’ombra duplicava ogni mossa, proiettando una sagoma perfetta sulla parete, una figura in agguato che pareva deriderti, appollaiata sulla tua schiena.

Si voltò verso di lei e rise forte mentre attraversavano la strada.

– Pourquoi tu ris?

– Aucune raison

– Aucune raison?

– Oui

– T’es fou

– Je suis fou?

– Oui

– Bon, alors j’aime bien etre fou – disse baciandola e sorridendo di nuovo perchè tutta la fortuna del mondo era con loro.

Il disco è finito, le candele sono annegate in sè stesse.

Presto farà giorno.

Un assolo di piano che sta per finire, gli applausi che scrosciano tutt’intorno come la pioggia.

Sono stanco ma tu te ne stai lì seduto come se non esistesse una cosa chiamata tempo.

Sei stanco anche tu?

Qualcosa è andato come l’ho immaginato io?

Forse ho sbagliato tutto ma almeno ci ho provato.

Non avevo che i dischi e le fotografie: sono tutto quel che rimane ormai.

E questo. Adesso anche questo. 

Una bocca in cerca di un grido

Il cervello si nutre di enormi quantità di energie.

Le meduse, senza il cervello, se la cavano tranquillamente con il sistema nervoso a rete.

Gli uomini, con il loro cervello esageratamente grande, sopportano un deposito di ciò che non sappiamo, ciò che non sappiamo ancora e tutto ciò che non sapremo in futuro.

Quante cose ingarbugliate e sparpagliate sul DNA: pseudogeni temporaneamente disattivati, appendici, intervalli, informazioni superflue, perle sulla catena cromosomica.

Gli uomini, geneticamente parlando, non si può dire restino sempre uguali a loro stessi.

Ogni giorno si aggiunge nuovo sapere, nuova conoscenza.

L’intelletto non ci rende certo più sapienti costretti come siamo nelle maglie dei nessi casuali.

Bisognerebbe essere animali. Veri animali.

Privi della coscienza che ostacola la volontà.

Gli animali sanno sempre quel che fanno.

O meglio non hanno bisogno di saperlo.

Quand’è in pericolo la lucertola perde la coda.

Gettare la zavorra inutile.

Invece noi pensiamo sempre alla prossima cosa da fare, al modo migliore di comportarci.

Gli animali conoscono i propri bisogni, hanno un loro istinto.

Affamati o sazi, stanchi o svegli, impauriti o pronti ad accoppiarsi.

Lo fanno e basta.

Risalgono la corrente, sbadigliando si sdraiano al sole, oppure all’ombra.

Si nutrono per mettere su strati di grasso. Vanno in letargo

Accendo la lampada sulla scrivania. Il buio prende possesso della stanza.

La luce cade sulla bocca, gli occhi nell’ombra.

Dov’è finito il mio istinto? Com’ero arrivato lì?

Dov’è la coda da lasciarsi alle spalle?

Dicono che allenando il nostro muscolo dell’anima possiamo mitigare le vibrazioni dell’ansia e tenere sotto controllo le ondate di paura.

Calmare il respiro, rallentarlo fino a farlo diventare una foglia che si arrende al vento.

Attraverso il cervello rettile, definiamo gli istinti primari, spieghiamo al nostro battito cardiaco quando lampeggiare.

Ciò che ci distingue dagli animali non è solo il provare sentimenti ma anche la forma della memoria.

Cangiante, spuria, intoccabile, ridicola, dolorosa o indifferente.

Forma unica per ogni uomo, come l’arco degli occhi o la ghiandola pineale.

Forma che vorrei dimenticare, per rinascere ogni volta nell’assenza di un’impronta.

Io ti ho vista già, torbida bellezza, due vite fa su questa strada.

Credo in qualcosa che venga

e mi scuota la tempia

e sia come un pulsare di muscoli e nervi

sia come uno spingere verso l’esterno.

Dimentico il tuo viso

dimentico il tuo nome

dimentico i ricordi, ma ...