Insieme o contro di me

I dettagli, le cose impercettibili.

La vita interiore, l’odore dell’erba, la sensazione dei granelli di sabbia sul pavimento del bagno quando ti togli il costume.

Un viaggio dell’immaginazione, del movimento, le gambe piegate all’altezza delle ginocchia, a novanta gradi, che scalciano in modo distratto,

i tuoi piedi languidamente per aria.

Una specie di tesa passività,

corpo e mente sintonizzati con i cinque sensi.

Corpi nello spazio e nel tempo che si muovono lungo una certa parabola.

Ombra e luce. Spazio positivo e negativo.

Sulla sedia più alta come faraoni del nulla.

Poli di meraviglia che costringono l’attenzione ad oscillare fra presenze contrastanti: siamo chiamati a deporre più che l’incredulità, la vacuità di opinioni fondate quasi esclusivamente sull’abitudine, per farci bestia e candore, luce e buio, superficie e abisso.

Perduto in una sola immagine

Tornavamo a piedi immersi nella folla chiassosa e davanti la vetrina di un negozio del centro

mi fermasti con il passo laterale di chi vuole infastidire.

La linea delle labbra sottile, le braccia tese come un’orazione:

“Adesso è il momento di farci una foto”

“Non mi sembra il caso”

“Non discutere, sai che non ne esci vivo. Muoviti, vieni qua”.

Il riflesso di due ombre strane sulla vetrina in controluce,

uno sguardo, nell’intesa una spora di appartenenza, che tradisce altri universi dove forse sono io ad intercettarti il passo e tu restia ad essere immortalata.

La città è ancora in piedi, malmessa, probabilmente presto morente.

Sopravviverci è un atto eroico, le vetrine sono opache, la luce cade tra i volti innocua,

niente sembra memorabile, distanze e riflessi si confondono e si annullano.

I tuoi occhi adesso magari sono persi nel blu, all’inizio del giorno la voce era come un segnale,

l’avvertimento che ci sarebbe stata ancora luce, il desiderio, come unica estetica e àncora.

Ricordo una voce acuta, come avvolta nel ghiaccio.

La voce di un astronauta.

Ci sarà un luogo oltre i luoghi dove ci ritroveremo?

La vita si inarca tra ritorni e amnesie.

Tendo invano l’orecchio interiore, la vista ulteriore in cerca di segni. Non voglio disturbarti però vorrei saperti, sapere che sei e non solo che fosti.

Non ti dimenticherò finché non saranno morti tutti i fantasmi che piangono dentro le mie vene.

Se adesso ci sono dragoni a proteggerti nel tuo incedere,

se la forma dei simboli e la luce di una fotografia ti rendono libera,

l’istante successivo in cui il destino si rivela,

è quello che conta.

Si era parlato di tequila o sbaglio?

… E inarcavi le sopracciglia guardando il tuo mascara svanire lento come una bolla in un bicchiere sbeccato,

il trucco ormai macchiato, una linea imperfetta e interrotta,

la smorfia sottile sotto gli zigomi,

la collana chiara come un corso di ipnosi accelerata,

le dita che sfilano anelli e ne girano il dorso continuamente, capovolgendone il riflesso,

ti rivedrei come in un film che tu non interpreterai,

il film rivisto al contrario sui nostri guai

e sui giorni in cui la vita è stata dolce con noi.

Il labirinto intorno alle tue scapole, la via d’uscita per disegnare un drago pauroso

mentre una spora d’acqua gli solletica le ginocchia.

L’imbarazzo esibito con le mani di ceramica, la luna che quando sa si nasconde,

corsi d’equilibrio e fulmini che si accorciano.

Il respiro, la tua bocca leggera come una nave che conosce la rotta,

la forma delle scapole, la fame atavica e un pacchetto di oreo, il nostro battito come un timone mentre l’anima va al largo e si perde, finalmente.

“Cancella cronologia significa che poi la polizia non può vederla?”

La luce bassa che rimbalza dalle finestre di Belem sul tuo mento e ci rende vedette fotogeniche ed infallibili,

l’uomo con la sedia ai binari di Chiado, la pazienza delle onde e dei tuoi polsi, il destino intrecciato come uncinetto mentre sento le farfalle borbottare dentro.

Il centro della galassia profuma di rum e lamponi

e tu perculavi le mie conoscenze da lettore seriale di focus

eppure sul dorso della tua fatima mi sembrava di respirare, con un centinaio di tempeste che infuriavano nel mio cuore,

l’odore di mille galassie che si schiantano.

Il tessuto dei tuoi capelli umidi, un filo d’arianna spietato e intatto:

invincibili, come in un giro di giostra, come licantropi della pioggia,

come quando appoggi la tua mano sulle mie tempie e le rassicuri.

Si tale e quale a ‘na canzone

trase e nun t’a scuorde cchiu

Il re del deserto

Dietro il sole che torna ad abbeverarsi nell’ambra,

fra strisce celesti di cielo o paradiso, pensando al respiro da inghiottire

negli assalti di sabbia e un volto da ricordare.

Dopo aver visto il mondo scorrere nella polvere d’Africa,

gli occhi incrociare sguardi impauriti e curiosi,

orizzonti stancarsi di inseguire il giorno, inciampi in un silenzio stordente,

che avvolge l’anima e blocca ogni istinto.

La passione incommensurabile, inestimabile, incomprensibile che brucia

la pelle, divora la mente, tiene svegli i sensi, accende i colori

e ti spinge verso la sfida, oltre la linea e i riflessi delle nuvole,

chiedendo alla terra un passaggio per accarezzarla, vibrarla intensamente,

sentirla scottare tra le gambe, crescere e scendere al tocco di una mano,

leggera ed eterea, come un esule innamorato delle infinite distanze …


Atar, in pieno deserto, investita dalla luce senza macchie,

pregna di odori esausti, sospesi fra cielo e terra,

il profumo indescrivibile del deserto,

il battito della sabbia mescolato al limpido enigma incontaminato,

costellato di gocce infuocate.

Piccolo incanto della Mauritania, con la piazza del mercato, le botteghe,

la gente, i bisbigli e l’affascinante posto telefonico pubblico.

Posatosi il vento e i raggi del sole, un’ombra ricopre ogni angolo colorato,

da un tendone spuntano topi sazi, portandosi via tra i denti lunghi pezzi di cavi telefonici.

Il battito rallenta, in attesa del tramonto.

L’eco degli antichi manoscritti, riscritti dal tempo, soffia all’orecchio dei turisti che, impazienti,

aspettano di comprare l’aria, mentre le ossa scricchiolano sotto le sferzate dell’amata distesa.

Ogni incontro, ogni bivacco, ogni fermata, ogni abbraccio dura il tempo di un soffio.

Non fai in tempo a perderti, sdraiarti, scivolare fra la sabbia,

contare le stelle accecanti, ricordare quel volto.

La notte è un piccolo faro e l’acqua un miraggio …

Prima di sognare il percorso da inventare, l’onda da domare …

Il mal d’Africa è una sirena che inchioda il tuo spirito,

puoi sentirne il canto magico nelle spire del vento; è una malattia della pelle,

un livido chiaro che tatua le vene e non c’è medicina,

non c’è verso di fingere se provi a cullarlo fra le piaghe del volto:

si nasconde, sfugge, riappare, bussa senza chiederlo,

mostra la strada e le ferite, carica le ultime attese di pianto e sollievo …

Non lascerò morire l’ultima goccia del sole,

stropiccerò ancora gli occhi davanti al sogno,

cancellerò le impronte per non soffocare la sabbia …

Rincorrerò senza fiato la scia del suo volto.

Shukran Fabrizio.

On the edge of my mind

Proprio quando le ciglia calano il sipario

I’m happy living here in the dark on the edge of my mind

sognando la libertà di fuggire da questo posto maledetto,

se parto o se resto è lo stesso

tu c’eri ma non ci sei adesso…

Un tuffo da seimila metri,

una traiettoria invisibile,

grilli nel grano a smorzare melodie,

gli occhi sui bicchieri e i bicchieri a fissarci gli occhi

insistendo nell’indovinare i colori del domani

di questo cielo straniero e ritroso,

e stare sveglio fino all’alba con gridi di corvi

e tubare delle tortore nelle mani.

A perdita d’occhio e di cuore.

Se lo zodiaco è un astro di ghiaccio

anche tu invano cerchi di entrare nel mio inverno

senza aver mai assaggiato

il gusto di fiocchi di neve sulla tua lingua.

Forse ogni cosa parla da sola,

appare in disarmo anche il rumore delle cellule.

Come un’ombra morbida e profumata,

quando i cristalli di ghiaccio trasformano il colore del mattino in sfumature rosa,

in corallo al neon

e le montagne aspettano il soffio dell’enrosadira.

Un gusto d’equilibrio

scoprire l’universo con le parole

immaginare dio come creatore

astronomia, la parola che ingoia tutte le parole

E poi, tutti completamente immaginati, avanzeremo a loro immagine e somiglianza …

Il cane, per quanto ne so, rimase a lui

La bellezza di novecentocinquantamila dollari.

L’avvocato consegnò la penna e abbassò le ciglia con un cenno di assenso, collaudato e professionale.

La gratitudine nascosta nel fare ruffiano di una moneta dalla faccia dubbia: Monica, ripensandoci, strinse le labbra cercando un punto di fuga nel pulviscolo esatto in cui la luce muore sgonfiandosi sul divano. Il tram sotto casa imbocca la curva fregandosene dell’attrito sui binari stridente come un gesso curvo sulla lavagna, il rimbombo nella sua testa deflagra attendendo l’arrivo del silenzio riconciliante. Quei sottobicchieri di merda, con l’immagine sorridente di un ebbro leprechaun, li avrebbe fatti rotolare nella merda del cane per poi ficcarli nel suo stomaco come lanciati dal discobolo, quello della famosa scultura.

La prospettiva di un cerchio che si stringe, ogni essere umano verso i 40 anni deve provare ad abbandonare il proprio corpo, lei ci girava intorno come un criceto nella ruota, aveva accorciato la tensione di un’altra pelle, tutti i peccati fottuti e reiterati sulla punta di una lacrima, nessuna inclinazione materna, paziente o assistenzialista, solo il ricordo patetico della forma di quello scheletro, quasi sempre ad occupare il centro del letto, mentre il suo sguardo diventava un machete, colpiva la sponda perfetta del femore, incollava le ossa e ogni scanalatura della tiroide, recideva quel sottile e mai affidabile dardo che gli chiudeva le cosce. Aveva leccato mille volte la nettezza di quel sogno, come la zolletta di zucchero da aggiungere ad una tazza troppo piena ma il rumore del silenzio non colmava mai le sinapsi; la fuga – dicono – non è mai il sentiero più sicuro, puoi avvantaggiarti sul destino, lasciarlo gridare in attesa della tuo eco ma il cuore nella cassa toracica sa che qualcosa resta incompleto, che definirsi vivi, nello spazio e tempo concesso, non può prescindere da una griglia di consapevolezza che ci rende, a toni incerti, folli incendiari rivoluzionari capolavori ridicoli pezzenti goffi larve (leggili secondo il verso che vuoi).

Lascio te in salute e in malattia prendo me per attraversare dove non mi hai portato mai.

Tomas non avrebbe mai cercato un alibi così inoffensivo, poteva benissimo contare sulla noia del già provato, del fuoco bagnato di cenere nella cartolina di un sole mai troppo delicato. Scaricare la rabbia con i guantoni da boxe al posto degli occhi era il mio training quotidiano, un moloch dall’anima falcata di nero, filtri sottili e gauloises su quel tappeto che – assicurava il venditore – era appartenuto a Solimano ma continuava a puzzare nel soggiorno immenso, un tempo teatro ruvido della passione.

Ricalcare l’ombra dei sogni e quell’inutile cartina con segnato, punta fine dell’inchiostro, l’uncino verticale della Patagonia: “un giorno ti affogherò dentro il canale di Beagle, non darmi gli occhi, non darmi lo sguardo del killer quando si reinventa clown. Ti ci porto anche a costo di rinunciare a un altro rene”. Perchè per ogni cosa questa esaltata televendita mi propone l’utilizzo di questo trapano senza consumabili? Vorrei infilarle una punta elicoidale con codolo conico nei suoi lobi di blu acceso, vorrei infilarmi dentro la coperta dei suoi pensieri per denudarla, masturbarle i neuroni, io sono qui, mi vedi, ti penetro con il sangue che non pensavi avrei speso, ho una cornice per ogni quadro che sembrava riflettermi dentro (in realtà era una crosta assimilabile alla ruggine incancrenitasi sulla mia anima), ho un nastro metallico per tenere legato ogni foglia che si è arresa, sono il dorso scuro della tua coscienza, sono la culla dove sperimentasti il tuffo e la pulizia, sono qui che aspetto il portapizze con la fame ormai rinchiusa in uno stomaco sigillato, le mie birre adesso non hanno approdo, c’è un buco che sembra un cratere nella tua parte di letto, sembra che un’astronave in ritardo abbia acceso i reattori per dirottarsi altrove lasciando una scia di bruciato e vaniglia: nella notte che mostro i denti e chiudo le vene, ti allontano come un fatto personale, ho corso dietro al mondo e dal mondo sono tornato sempre vivo, se dentro le mani puoi seguire il tragitto delle vene, allora un legame diventa appartenenza, se questa barba fosse una tacca su ogni vittima che avrei potuto salvare, adesso ritroverei i sottobicchieri nello stesso posto in cui non osavi toccarli …

Il vuoto e la negazione, l’assalto e la fatica di reprimersi, la coca aiuta, quantomeno a fermarmi i polsi, vedo la pelle disfarsi, il sangue diventare schiumoso, la testa, nello spazio e tempo concesso da questo disordine che chiamano universo, tumefarsi come un bersaglio sotto la pioggia. Invoco tutti i miei demoni, la nausea mi lancina lo stomaco come una ruota dentata, le vertigini mi strattonano, l’emicrania gonfia nella testa un vapore acido. Sono tutti lì, i demoni, ad impossessarsi di ogni cellula, a soffiare veleno nei polmoni. A ricordarmi che non sono padrone di niente.

I pensieri scuoiano il cranio, mi guardo le mani e piumate le vorrei, volentieri scomparirei, faccio una corsa al piano di sopra per cercare quella foto e poi scappo per non trovarla mai, la luce sobbalza come una pulce sul divano e il fiato sospeso mi invita, ancora una volta, a trattenere i fantasmi.

Le ossa saccheggiate da una marea senza ritorno, si dice che il cadavere dell’Ammiraglio Nelson sia stato conservato in una botte di rum prima dell’inumazione. Chissà come sarebbe galleggiare senza corrente nello spirito, chissà se raccontandoti almeno questa storia avrei difformato il tuo sorriso zigrinato.

Risalgo il corso del mio futuro.

17 dollari.

L’avvocato finge di piangere mentre allunga una mano, spietata, sulle mie spalle.

La solitudine è un killer assetato che ti nasconde il sole dentro le vertebre.

Tu, qualunque sia il tuo nome

Vite prese di striscio.

L’elisir di Dulcamara.
Volo verso sud.
Il senhal trobadorico per dirci tutto in assenza di labbra.
Purifica i miei sguardi.
La banda dei brocchi di Coe.
Farsi male con gli Stone Roses.
Le sirene impigliate tra i cordami.
Nostalgie di asciugamani e di Babar.

Il respiro caricato a salve.
La tua gola che sanguinò argento nella mia.
Il deserto e le camelie.
Le 5 rose di Jennifer.
Sette sigarette sfuse.
Boccheggiare come i serpenti.
Madre perla. Padre pirla.

Trovare un antidoto alla noia.
Volersi infilare nella propria ombra.

Io sono l’invenzione che salva e ti sfugge.
Tu sei le armi che porti sui fianchi.
Rubi il fuoco per sedurmi.
Io sono sacro riflesso e nascondo il mistero.
Avere l’equilibrio di un surfista.
Le mie manie di bassezza.
Vorrei arrivasse l’istante preciso, inconfutabile, totale
in cui le mie parole diventano giganti
e vorrei ci fossi tu ad ascoltarle.
I pianeti che vincono a nascondino.
Con la bacchetta da rabdomante salgo a scuoiare il cielo.
Soffio.
Ingoio.
Come una stella dalla bionda capigliatura.

Tu, qualunque sia il tuo nome.
Tu, dovunque sia il tuo respiro.

Io, qualunque sia l’oggetto.

Tous les bateaux vont a l’hazard pour rien

Her body was a mecca and I drew toward it like wide eyed haji’s …

False partenze che non diventeranno squalifiche, dispersione emotiva, luoghi spuri, irenici,ossa incrostate e avventure da raccontare, futuri e mondi inventati, da inventare, per noi che siamo ancora giovani …

Sino a una certa età anche il mare sembra non cambi mai colore, come la barba di mio padre, forse abbiamo cervelli condannati alla nostalgia, alla conservazione dei ricordi che un po’ buttiamo fumo negli occhi del presente perchè vogliamo tornare con il corpo, con il corpo prima della mente, all’arco della schiena fragile, alle ciglia preda degli assalti salini, alle domande che non avevano nessun bisogno di risposta … poi il fumo svanisce e rimane una fastidiosa incombenza: la responsabilità, l’apnea delle ancore, la luna in pantofole che non ha intenzione di uscire, papà ha rasato la barba, la linea della vita si perde sul palmo e quelle risposte adesso diventano necessarie come non mai …

Tristano sentiva, nelle sue cellule ribelli, quelle parole che non riusciamo a proferire per codardia o, peggio, imbarazzo: “trascinarti voglio laggiù, con me nella notte, dove il cuore mi promette la fine dell’errore, dove anche la follia svanisce nel presentito inganno”.

Dell’uomo nero chi ha paura? Siamo noi l’ombra che proiettiamo se manteniamo le mani distese a sfumare la luce o i passaggi di fantasmi lasciano il loro soffio in ogni nostra postura, movimento, intenzione?

Sdraiato sul pavimento di casa per anelare quella patina di estasi calda che appena raggiunge le gambe risale oltre i muscoli e ri-intorpidisce le membra, questa casa, non familiare, luci fioche e sibili di sfumati sorrisi, a sentirsi smarriti prima di capire cosa si perde, utilizzando parole come spine di rose e non seguendo il talento del luogo comune. Come spiegarti l’intensità del chiatro lucano?Dicono che “siamo tutti imitatori, angeli con ali di quaglia, saltelliamo col petto in fuori e qualcuno vomita per la vertigine. Bisogna tornare alla radice dello stupore, innamorarsi della passione delle rose arrese piuttosto che del sorriso delle rose rosse, del privilegio di vedere oltre le curve, guardare il cielo senza pregare per forza, non piegarsi a qualsiasi vento, essere allenati al peggio”.

Dalla parola il silenzio, dal silenzio il significato: ho imparato, o forse non ho voluto dimenticare, che il male non cessa con la futile tecnica della sostituzione, la natura non ci ha dotato di correttori, impensabile ci fornisse la tecnica per rimuovere cicatrici e marchi; in una scala, un gioco, uno schema ben tarato di torti e ragioni, probabilmente scopriremo di aver fatto più male di quello ricevuto, ma il vestito da vittima è disegnato alla perfezione su di noi che non lo troviamo mai fuori moda e non lo buttiamo, anche a costo di ricucirlo con spilli pungenti; a ricordare di dimenticare ci vorrebbe l’elisir di Morgana …

La notte rinfresca i pensieri, ne congela il bozzolo, non c’è bisogno di credere alle farfalle, l’aria è invasa solo da scie luminose e assalti all’arma bianca di paranoie letali: svesto il mio carapace basilisco e assorbo gli occhi di terra, io che scrivo e non riesco a non farlo ogni sera, il sangue scivola veloce nei polsi, posare sul foglio la trottola che scombina dentro i cromosomi non ha corrispettivo, come il bicchiere della staffa prima di andarsene, il sorriso largo pensando ai miei nipoti prima di addormentarmi/fissare il soffitto, la certezza che, nonostante tutto, farlo è un bel modo di riempire il vivere.

Il funerale si può anche non fare

Conoscevo solo quel sapore, avevo chiuso le labbra come serrande in agosto

per intrappolarlo nelle viscere della gola.


E’ tutto scritto nelle stelle eppure quella grafia apocrifa ci rivela appena crudo significato e visiva continenza.


Chi sono?

Cosa divento quando la rabbia non trova la strada per arrivare al cuore?

Dove vanno a finire i miei giorni?

Crollano persino i calendari in cucina,

sotto colpi di lingue rodate dall’arsura, c’è un fiume in piena sotto i nostri piedi,

non ha senso alzarli come si fa con la polvere,

queste vene color dell’oceano sanno gridare sotto la pelle ciò che non vi posso dire,

l’acqua che ci muove non ha sorgenti,

posso trattenere il respiro fino a diventare hulk,

i fantasmi aspettano la fine dei deliri con in mano il mio contratto

firmato prima del temporale.

Sono un pesce nella boccia,

non so muovermi in diagonale,

rinnego l’alto come il basso e sogno le parole che non ho avuto il coraggio di sussurrarti all’orecchio …

Stanotte andiamo a cambiare le vocali delle stelle?

Pediniamo i giorni per finire anche noi di girare come calamite dimentiche del verso? 

Nuovi suoni manipolano il tempo,

il vento porta con sè profumi di amarena,

sette parti di bellezza assediano la mia anima …

Il bucaniere senza vento

Con dio dalla sua parte e un uccello di 30 centimetri,
per una cicatrice in oro vendeva filtri sottili e gauloises,
l’unica fede è la vendetta che non richiede inchini,
cercando di sfigurare il teatro ruvido della passione…

Era lo schiaffo d’incanto sui bordi di onde – schegge d’argento -,
della rovina la successione, l’asse terrestre un ingombrante segnalibro
quando con l’inchiostro rosso marcava la fine e la resurrezione.

Un moloch dall’anima falcata di nero, sul vetro senza fare riflesso,
tra l’ingorgo dei segnali la rotta delle pupille un jackpot di sangue…

Il mare guarda la falce e se incontri i suoi artigli lascia disadorne le mani e
ricalca l’ombra dei sogni nelle cicatrici…

“Quando vidi i suoi occhi ebbi la visione di quell’isola non trovata, mai depredata,
l’ultima selvaggia thule”.

Nei geni guerriglieri non offese mai l’istinto nè al cuscino della resa posò il capo,
i fantasmi al tramonto lasciavano spazio all’ardore del possesso, al predatorio destino…

“Ho sconfitto la corsara patologia alla vittoria,
bere sui vostri scalpi saziava il godere antico dell’umiliazione…
una bandiera diventa appartenenza se dentro le mani puoi seguire il tragitto delle vene;
ho corso dietro al mondo e dal mondo sono tornato sempre vivo…

ma dal groviglio dei tuoi sensi fatico a recuperare il respiro:
sento il vuoto e la vertigine, l’assalto e la fatica,
sotto la pelle il sangue è braccato dalla cinsione di un afflato nuovo,
fatto di rogo, pena, senso d’abbandono e morso della catena,
tutti i peccati sulla punta di una lacrima, vino che diventa aceto,
il mare, adesso avverso, con una voglia di trattenere i fantasmi…
nell’alba dopo il buio…”

Come un gioco di fallaci specchi, dopo averla raggiunta si schiantava in mille pezzi,
vedendo l’inganno della fortuna e nella roulette delle tue gambe a giocare sempre il numero sbagliato…

“Risalgo il corso del mio futuro, lascio saccheggiare ciò che resta di queste ossa
e nascondo centomila nomi sotto gli zigomi,
sognando una pace terrificante e ripetendo, disarmato, la supplica alle tue tempie:
resta con me e la tempesta cesserà”.