… e un bacio rubato

Saresti passata tra le cose guardandole, interrogandole, senza invaderle.

E le avresti lasciate intatte.

Come un gatto che salta su un tavolo di vetro pieno di cristalli,

senza metterli in pericolo,

con una precisione millimetrica.

A volte chiudevi gli occhi anche accanto a me, nell’auto durante i lunghi viaggi notturni.

Dormivi e respiravi.

Qualche volta, per il movimento delle tue palpebra, avrei detto che sognavi,

e quando dormivi provavo grande tenerezza per te

per i tuoi lineamenti indifesi.

A centinaia di anni luce da noi, la scia rossa di Betelgeuse continua ad affievolirsi.

Gli strati lunari, colmi di acqua e mercurio,

giocano a lasciarci nelle iridi crateri d’argento.

Impulsi di millesimi,

stelle che vincono a nascondino,

Saturno senza anelli,

tra galassie acrobatiche, spirali lossodromiche e tempeste di ferro fuse.

Preziosa la linea della mano a cui aggrapparsi

una farfalla dirottata nella confusione dei cieli,

le tue labbra, girarci intorno come un labirinto frammentario

e un desiderio spietato.

Tutta la memoria si risolve in sguardo

il cuore nascosto dietro gli occhi

non se ne va mai

September’s coming soon

… Non stava forgiando lo spirito.

Non era il fabbro che dava ordine.

Non era il martello.

Non era l’incudine.

Era il calore …

L’onda bassa dentro un castello di luce che si sgretola.

Gli occhi come fortezza: desiderio, fuga, percezione di verità.

Le braccia spingono, il calore della spuma è una tomba liquida, immergere il corpo come sabbia in una clessidra, giù in fondo fino a diventare sottili, scomparire, baciare il dorso delle tenebre.

Contare fine a 10.

Respirare bolle inafferrabili.

Sentire la pelle d’acciaio compressa in sensi di madreperla.

Quando ti vieni a sdraiare.

Vicino a me.

destini distratti

Quell’unico, visibile istante
in cui il tempo non misura quel che svanisce

Portami con te portami con te

ma dove?

un faro alto contro la violenza di un temporale,

tra i denti una canzone che non ho mai imparato,

la mano sulla pelle, il contatto,

il senso di vicinanza che non tollera un oltre

Scompariamo, il nostro ego fluisce lentamente, in cerchi concentrici,

verso tutto ciò che viene percepito.

Noi non siamo altro che questa ragnatela dei vivi che palpita,

non siamo più che la distanza dello sguardo.

Abitiamo il vento che ci disegna

il profumo dei fiori sotto il grande osmanto davanti a quell’edificio dalle forme grottesche,

la storia infinita,

il punto di scontro, l’ombra che inghiotte, il freddo dell’alba, un ricamo del vento nelle orbite perdute.

Tienimi con te,

la tua bocca aperta,

il mondo si avvinghia e penetra in quel suono, si creava e alla fine esplodeva, una volta per tutte

Se io fossi polvere

Una sorta di evento trasfiguratore, la sensazione che la vita sia un mistero enorme pieno di legami segreti che ci uniscono come tante maglie ai ferri.

Ogni giorno nell’atmosfera irrompono meteore

C’è così tanto da tradire, per sentirsi di nuovo puliti.

Catene nascoste, anelli mancanti,

rimanere dentro i propri sogni come in un bozzolo.

Tu eri dentro di me.

Adesso non ho alcun luogo dove cadere eccetto la mia ombra.

La storia gira le lancette, le case, i letti, le vite, i sogni cambiano di posto.

Scorrono i fiumi, bollono le pentole, il ghiaccio si scioglie, tutto si polverizza.

Si disperde il profilo nell’immagine riflessa sui vetri immacolati.

Il fuoco si guadagna la strada fino alle mie guance.

Chi illumina la tua terra? La dimensione dello sguardo?

Cerco di ricordarmi l’ultima volta che sono stato felice.

Non me lo ricordo.

Come se esistesse una graduatoria.

Siamo dentro un cristallo compatto. Dentro di noi. Ancora.

Voglio dormire senza muovere neppure gli occhi nella quiete della notte.

Ti sei risvegliata nella mia mente e aspetto solo che il tempo passi.

Una promessa, alla fine del mondo

La cenere torna fuoco

un altro sole

un fiume di luce, scintille di trasparente argento

riverberi e traguardi

tutto sta per compiersi

il silenzio e la ragione

l’urlo e la genesi

gli occhi non sanno più distinguere

tutte le parole sembrano perdersi come foglie nel vento

Vento che rapina gli occhi e solletica i talloni

freccia che punta al cuore

telefonare solo per ascoltare una voce

deludere gli istanti e proteggere rimpianti.

La luce dalle vetrine, oscena e cattiva come una notte prematura,

una precarietà emotiva prima simulata poi indossata in fretta

Ciò che manca, qui, è l’impalpabile sentimento della durata.

Un sentimento, un bersaglio, non sentirsi estranei.

Alla fine della notte

tutto sta per iniziare

Come un gatto al sole

Ogni goccia è uno specchio e ogni specchio cerca un volto da rubare e restituire.

Ogni goccia sogna di imprigionare un universo nel proprio riflesso prima di seccare e scomparire.

Palpebre di onde, mille occhi in fuga come foglie sull’acqua.

Tetti di roccia che si levano sul limitare del giorno,

con l’illusione di segare il tramonto, travestiti da ombre.

I pensieri dentro feroci passano e urlano,

un destino da millefoglie cerca il suo peso per non sfaldarsi,

bolle afose arretrano e non vogliono scoppiare,

ombre di animali dove cercare rifugio e poi di nuovo scuro

“fuori dal blu, improvvisamente …”

Mi lascio derubare ore intere,

come un gatto al sole.

L’estate è il sangue che ti avanza,

la riserva non ancora gelata,

la pistola che, stanca, sorride per metà,

un vestito sfoggiato in tempi migliori,

una cartolina ruvida spedita da chi ci ha già conosciuto.

Altrove.

Mezz’ora dopo, la voglia di vivere non era che un ricordo lontano

I bulgari dicono che un vampiro nuovo per prima cosa sprizza scintille nel buio e proietta un’ombra sul muro; a mano a mano che invecchia e si rinforza, l’ombra si fa più densa.

Non era il caso di lei, alla quale sembrava scurirsi la faccia.

Forse non era affatto una vampira, le sue labbra sorridevano, gli occhi, privi di luce, potevano addirittura sembrare ridipinti.

I rumeni dicono che i vampiri possono salire al cielo lungo il filo intrecciato da una donna, di notte, senza candela, e mangiarsi la luna.

Gli indiani credono che ogni cinquantatre anni, in coincidenza con un’eclissi di luna che si ripete ciclicamente e che si può osservare dai loro territori, il mondo finisca, per rinascere nuovo, il giorno dopo.

In Albania utilizzano due verbi diversi per dire morire.

Uno si usa per gli animali in genere.

L’altro viene riservato esclusivamente agli esseri umani e alle api.

Come a sottintendere la specificità che ci rende vivi: il pungiglione conferisce identità all’ape perché è la sua parte più mortale. Può agire soltanto una volta.

Si realizza estinguendosi.

La morte ha in sé qualcosa di quel pungiglione albanese: quando impari a dirla, rimani in silenzio.

La luna e il suo riflesso sono agenti termici, risvegliano torpori, toccano muscoli, determinano l’incidente. Il cambiamento.

La percezione dell’inedito.

Chiusura e sigillo di una voglia inconfessata.

Un vampiro che perde l’ultimo treno e non sa dove nascondersi dalla luce.

La forma degli occhi che immagazzina il percorso, lo sterilizza, restituendo la sabbia delle cose mai viste.

Le ombre che non tengono il passo, l’orizzonte che si rifiuta di apparire.

Ti sembro un tipo che beve alcolici col ghiaccio?

Avevo rotto da pochi giorni con Ina: mi coprivo di rumore per non sentire la voce, di sigarette per occupare la gola, stilavo ricombinazioni e liste per tenere occupato quel neurone indemoniato.

Mi sembrava di avere un burrone al posto dello stomaco

e di non essere pronto al salto.

Come un guscio che continui a togliere senza raggiungere il nucleo.

Avevo la sensazione di desiderare il fallimento,

nelle mie labbra verso labbra che non riuscivo a sigillare,

nelle fibre della mia carne, privata e sempre tenuta sotto chiave.

Poi arrivò un terremoto dolce, una tensione superficiale a scuotermi,

come la goccia d’acqua sapevo danzare, sfidando la vibrazione dell’attrito,

imparando a difendermi dagli assalti che invisibili portavo ogni notte.

Giorno dopo giorno, intuire il ghiaccio sciogliersi dentro, la lingua rinforzarsi, il pensiero colmare uno scrigno inviolato.

Sentirsi appagati di cose minime per tamponare i vuoti,

le assenze di risultati

il deserto pneumatico nel cuore.

Il girare stupefacente. Il vento. Il vento ancora.

These last half second before your soul shivers out of your bones”

C’erano stelle senza cadere

e c’era il mio cuore in pessimo stato.

Dicono che si possa vivere con un polmone di silicone, dicono che, nelle sere di aprile, alcuni fasci di luce si ricompongano convergendo verso il centro come piatti su una tovaglia infinita.

Uno stellemoto che spazza il cielo come un faro.

Ci manca, sempre, qualcosa

piacere, calore, odore e ombra.

Ci manca abbracciare e accarezzare la solitudine,

come un figlio atteso e creduto perso.

Profumo di salsapariglia

Quando la luna scende giù a bere,

sembra comparire nell’acqua.

O è il latte della bontà umana che sgattaiola via come un’anguilla.

Lacrime nel vento scivolano come foglie di pioppo nero

tra i nascondigli delle mani.

Piccole onde schiaffeggiano gli ammassi.

Qual è il giusto numero di baci per un uomo prima di lasciare il mondo?

La profondità media della malinconia?

L’umido calore della speranza?

Stasera il vento sferzando il lago non può permettersi di ascoltarmi,

se non fosse per te in questo deserto mondo,

sarei una foglia abbandonata tra le altre,

da qualche parte nel profondo, sfuggente e lunare.

Senza avere lo stesso strano senso degli animali,

trasmettiamo solo atomi di paura,

come se potesse bastare cantare incessantemente per allontanare il buio,

cani che mutilano il silenzio notturno.

Rinunciando alla soddisfazione, al bacio della notte che scende sulle tempie,

gli occhi piccoli lampeggiano fuori dai rovi,

gli occhi illuminati di verde,

gli occhi affidati alle cure del giallo.

Anche se non te ne accorgi,

la solitudine, le dimensioni dove si allarga,

il modo in cui si leva soddisfatta nella paura,

in qualche modo, essa cresce e armeggia i suoni, le sequenze, le sillabe

per lanciarti ineffabile un incantesimo

nel bel mezzo di qualcosa

che non hai immaginato,

che non hai mai pensato di immaginare.

Deliri desideri e distorsioni

E se parto ti lascio la mia chiave, una denuncia sul comodino

e il mio ritratto da bambino …

Esiste solo questo sangue senza padroni,
questa roma puttana e spogliata
che non smette di succhiare
e di lasciarsi immortalare nell’era della fotocrazia…

Il tonfo sordo di uno strumento invisibile,
ciò che avanza non è quel che resta,
per i parassiti dell’emiciclo una dignità svenduta in banca,
un cristo senza croce che fa free climbing sui grattacieli
per essere in altezza compatito:
è una legge naturale – dal male si sale al bene dal bene all’odio –
dalla luce il temporale,
quanti chiodi lubrificano questi calendari,
cinquecentotrentasette giorni,
a contarli non ci metto niente,
i tuoni nascosti nella memoria
e la storia non siamo noi,
echi di millantata indispensabilità,
nelle braccia forti e in questo cuore proteso,

non fu lei che disse Ancora,
non fui io che dissi Ora,
le onde mi vengono a cercare,

infilo lettere in bottiglie così da farmi ricordare,
con un coltello potrei tagliarti gli occhi o perlomeno farti paura,
i casquet per farti girare la testa
e ogni angolo è un riparo
aspettando il summerico happy hour…

E non ho più l’età per fare sogni col righello,

cercare gli aquapark,
pettinarmi convinto,
oramai sono nel produci consuma crepa fotti responsabilmente style…

Quando vieni a trovarci,
quanti fazzoletti e bottiglie scoleremo,
se il tutto è più della somma delle sue parti,
se il ritmo in salita non lo tengo più
ma quel pomeriggio di marzo in via roma io ti ho staccato,
chiamami scemo fallito terrone ma è stato il giorno più bello della mia vita,
e ancora notte pesa come il gottardo
e poi canzoni come soffi di ribellione,
nascondere un principio di tristezza in fondo all’anima,

non riconoscersi quando ci si tocca,

tendopoli a tor bella monaca,

la mia vita, una sola,
le tue parole, centomila,
un trofeo alla memoria di chi ci ha visto senza difese,
i tuoi blue jeans diventati tendine da soggiorno,
i prati in terra battuta,
i coraggiosi del giorno dopo
e la fila ordinata sull’aurelia per i pompini da 20

I cani latrano nel ferro spinato,
raggiungo e spingo ma non ricordo il motivo,
continuo a sognare shannon woodward sul divano travestita da robin sul divano svestita sul divano che gioca con .. le mie labbra,
e poi loda la mia puntualità,
i bordi della camicia,
il passo veloce e verticale,
fammi stringere gli occhi e non lasciarmi più solo…

Esiste un lucidalabbra gusto liquirizia?

Lo so che in effetti in coerenza vado male:
tu la vita non la scrivi ma la vivi
e io la scrivo ma non la so campare