Il re del deserto

Dietro il sole che torna ad abbeverarsi nell’ambra,

fra strisce celesti di cielo o paradiso, pensando al respiro da inghiottire

negli assalti di sabbia e un volto da ricordare.

Dopo aver visto il mondo scorrere nella polvere d’Africa,

gli occhi incrociare sguardi impauriti e curiosi,

orizzonti stancarsi di inseguire il giorno, inciampi in un silenzio stordente,

che avvolge l’anima e blocca ogni istinto.

La passione incommensurabile, inestimabile, incomprensibile che brucia

la pelle, divora la mente, tiene svegli i sensi, accende i colori

e ti spinge verso la sfida, oltre la linea e i riflessi delle nuvole,

chiedendo alla terra un passaggio per accarezzarla, vibrarla intensamente,

sentirla scottare tra le gambe, crescere e scendere al tocco di una mano,

leggera ed eterea, come un esule innamorato delle infinite distanze …


Atar, in pieno deserto, investita dalla luce senza macchie,

pregna di odori esausti, sospesi fra cielo e terra,

il profumo indescrivibile del deserto,

il battito della sabbia mescolato al limpido enigma incontaminato,

costellato di gocce infuocate.

Piccolo incanto della Mauritania, con la piazza del mercato, le botteghe,

la gente, i bisbigli e l’affascinante posto telefonico pubblico.

Posatosi il vento e i raggi del sole, un’ombra ricopre ogni angolo colorato,

da un tendone spuntano topi sazi, portandosi via tra i denti lunghi pezzi di cavi telefonici.

Il battito rallenta, in attesa del tramonto.

L’eco degli antichi manoscritti, riscritti dal tempo, soffia all’orecchio dei turisti che, impazienti,

aspettano di comprare l’aria, mentre le ossa scricchiolano sotto le sferzate dell’amata distesa.

Ogni incontro, ogni bivacco, ogni fermata, ogni abbraccio dura il tempo di un soffio.

Non fai in tempo a perderti, sdraiarti, scivolare fra la sabbia,

contare le stelle accecanti, ricordare quel volto.

La notte è un piccolo faro e l’acqua un miraggio …

Prima di sognare il percorso da inventare, l’onda da domare …

Il mal d’Africa è una sirena che inchioda il tuo spirito,

puoi sentirne il canto magico nelle spire del vento; è una malattia della pelle,

un livido chiaro che tatua le vene e non c’è medicina,

non c’è verso di fingere se provi a cullarlo fra le piaghe del volto:

si nasconde, sfugge, riappare, bussa senza chiederlo,

mostra la strada e le ferite, carica le ultime attese di pianto e sollievo …

Non lascerò morire l’ultima goccia del sole,

stropiccerò ancora gli occhi davanti al sogno,

cancellerò le impronte per non soffocare la sabbia …

Rincorrerò senza fiato la scia del suo volto.

Shukran Fabrizio.

Cuando las hoyas vuelvan y Yo no

Senza vento il cielo sarebbe pieno di ragnatele.

La città dorme ancora, chissà se riaccadrà.

Noi qui, seduti a cambiare colore a seconda della tonalità dell’alcol che beviamo.

Le carezze sulle guance come tagli sulla carta,

le notti spezziamo gli occhiali per addormentarci

i pomeriggi facciamo fotografie delle nostre ombre solo per dimostrare che abbiamo lasciato un segno

ma resto ancora sveglio

a ricordare l’umidità delle mie labbra,

che sono una foglia caduta dall’albero del primo bacio dei miei genitori

e se spremo la linfa verso il cielo posso ancora vedere

la piantina che fiorì dalle nostre nuche

nel momento dello schianto,

il nostro.

L’ombra dei tuoi anni ormai floridi e il sorriso in gentile distensione

un tratto, una intenzione, una coltivata ambizione di durare.

Adesso piove il cielo ha già saputo.

Make the rain sound like nothing

make the rain sound nothing like her voice …

Colori trattenuti nel ghiaccio

Da uno strano sogno ad occhi aperti fatto di oscure rivelazioni,

lui si risvegliò accompagnato da una strana sensazione.

Così si voltò verso la folletta che lo conosceva meglio e si portò

le morbide mani di lei sull’abisso del suo cuore.

Avrebbe battuto in futuro come aveva battuto in passato.

Ma quanto è spaventoso riflettere quando batte così veloce.

Lei disse:

“Stai attento, o il tuo povero cuore potrebbe scoppiare”

“Lo so” rispose

“Non voglio che si fermi”

Come un mercante dagli occhi neri e fantasiosi

Impossibile

intentabile

costruire un’idea di fuga

anche la mente col corpo scatta impazzita e rimbalza

nelle pareti attorno dell’apposita costrizione.

Tradimenti, che portarono lontano.

Nel procedere è assolutamente meglio una pessima sorte, tu lo sai.

Così c’è qualche possibilità di essere gli uomini che siamo,

oppure è solo vento.

Non tornerò. Non tornerò.

Sui ponti infuocati d’estate brilla la luna

brillano scarpette a strisce.

Contro vado

e dirimo

dirimpetto

il tempo rotto

il tempo consumato

siamo a prestito

adesso.

L’aria è rovente

quando ti brucia

l’amaro sole in nero

in piedi

come fiori infilati

nella loro ascesa l’altezza

del distendersi

del dispiegarsi

Da un altro punto furono viste le stagioni

fino lì sconosciute

solo allora poté sedersi ad ammirare il senso dell’alternanza.

Con un colpo d’occhio sentiva

la presenza simultanea di tutto ciò che nella terra cresce

e questa coscienza della condizione attuale

lo aiutava come una disciplina.

Il bicchiere si sta offuscando di rosso,

anelli di grattacieli sotto nella caduta dell’aria

festeggiano il ritrovarsi,

hanno raggiunto l’uscita della stanza di piombo.

Cigni neri e nuvole promettono nera acqua

resti sulla terra le cui forme ancora si riconoscono,

errando con la mente nel fosforo

la pioggia non finirà come la radice

la trovi mangiata ma tagliando fino al cuore,

lo ottieni il suo centro

che resta ardente sotto la discesa dell’acqua.

Aver paura di vivere molto più di morire.

Cercatore con le lacrime sulla fronte e dentro gli occhi cedere

cedere come montagna crollata

sotto i piedi la tentazione dell’aria.

Si abitua come a una condizione

può volare e navigare dall’acqua avvolto.

Dal profondo di sé egli si è raggiunto

mai avrebbe immaginato fosse così semplice e così terribile.

La tenerezza gli renderà incandescente il cuore

ogni volta che il desiderio avesse preso una forma e il dominio.

Immerso in un’oscurità da utero,

seppe che era una scelta e non più una condizione

e se ne stette rincantucciato senza temere,

come un bambino sempre più goloso ma di senso.

Non c’è arrivo non c’è sosta non c’è partenza

ma il succedersi senza tregua.

Questo sì, che ad ogni livello ne succeda un altro,

per generazione spontanea

l’aveva saputo dalla ruota che girava

mentre i mondi finivano, a volte

Patrizia Vicinelli

Peonie e pansè

Si erano conosciuti da appena qualche ora.

Lui – poco più che trentenne, lei – poco meno.

Lui doveva consegnarle un pacchetto per un conoscente d’oltre oceano.

Lei faceva solo da intermediaria.

Questione di cinque minuti, ma già da due, delle tre ore che mancavano all’imbarco, non riuscivano a trovare una qualche sensata ragione per separarsi. Esattamente sessanta minuti prima del decollo se ne stavano in un angolo del bar nel salone delle partenze dell’aeroporto, bevevano il terzo caffè e rimanevano in silenzio.

– Quello che viene taciuto si trasforma in cucchiaini sminuzzati e in bicchierini schiacciati e deformati – disse lei all’improvviso. Lui pensò che non avrebbe mai incontrato una donna in grado di leggergli i pensieri e con cui avrebbe voluto rimanere in quel bar per tutta la vita.

Trasalì per aver usato, sia pure solo tra sè, una frase come “per tutta la vita”.

Lei disse semplicemente:

– Dobbiamo rassegnarci al fatto che talora le persone non riescono letteralmente a incontrarsi

– Il buffo è che se ne rendono conto solo quando si incontrano – disse lui

– Certo, avremmo potuto vederci anche prima

– Ti avrei notato – disse lui

– La ami? – chiese lei

– Lo ami? – chiese lui

Furono subito d’accordo che ciò non aveva alcun significato e che non era colpa di nessuno.

In seguito non riusciva a ricordare chi dei due avesse avuto per primo l’idea salvifica di inventare dei ricordi comuni, di costruire tutta la loro vita prima che si conoscessero e dopo che si erano conosciuti.

Un timido tentativo di vendicarsi del destino che crudelmente li aveva messi in contatto per un attimo, per poi separarli.

Avevano a disposizione cinquanta minuti.

– Ti ricordi – cominciò lui – quando da scolaretti abitavamo nella stessa via? Ogni settimana ti infilavo di nascosto nella cassetta della posta un anellino fatto con la stagnola delle caramelle.

– Aha – disse lei – allora eri tu? Mio padre li trovava sempre per primo e sospettava che qualche spasimante un po’ tocco della zona inviasse anelli di fidanzamento a mia mamma. E invece erano per me!

– Erano per te – disse lui

– E tu ricordi – prese a dire lei – quando all’ultimo anno di università partimmo soli soletti per andare in quel monastero? Era la prima volta che andavamo da soli da qualche parte. Faceva un freddo boia e il letto era durissimo. Mi prese una certa paura. Dopo ogni volta mi facevo il segno della croce di nascosto da te. Quella notte mi feci cinque volte il segno della croce.

– Sei! – disse lui – Anch’io avevo paura. E ti ricordi quando, poi, venisti a vivere con me? Tua madre disse che ti avrebbe ripudiata perchè non voleva avere nipotini bastardi.

– Me lo ricordo – disse lei. – D’altro canto io non potevo avere figli.

A quel punto lei fece silenzio. Lui le prese la mano per la prima volta da quando si erano conosciuti. Con delicatezza, come per consolarla.

– Non importa. E ti ricordi quando mi ruppi una gamba? Quel mese a casa mi sembrò un vero paradiso. Anche tu ti mettesti in congedo, anzi minacciasti che ti saresti rotta un braccio se non ti davano il permesso. E per tutto il mese non abbiamo messo il naso fuori di casa.

– E quando, l’anno dopo, mi trovarono un tumore. Tu avevi letto da qualche parte che la terapia del riso può curare il cancro e per due settimane di seguito continuasti a raccontarmi barzellette per farmi ridere. Anche adesso non riesco a immaginare da dove le tiravi fuori. Eri spaventato e caro. E allora che ti vennero tutti i capelli bianchi. E ogni giorno mi portavi peonie e pansé.

– Grazie a Dio, sei guarita. Cosa avrei fatto senza di te?

In quel momento invitarono tutti i passeggeri in partenza per New York a recarsi alla porta d’imbarco.

Rimasero in silenzio non più di un minuto.

Lui le prese la valigia e si avviarono entrambi.

Prima di entrare al controllo passaporti lei si voltò e lo baciò molto a lungo. Come per l’ultima volta, pensò lui, anche se una prima volta non c’era mai stata.

Mezz’ora dopo lui si voltò e andò via.

Si sentiva terribilmente invecchiato, muoveva a fatica le gambe.

Chiuse apposta gli occhi quando passò davanti agli specchi dell’uscita, per non vedere riflessi i suoi capelli divenuti improvvisamente bianchi e le sue spalle curve.

A ogni passo capiva più chiaramente che non sarebbe potuto tornare a casa da sua moglie, irraggiungibilmente giovane.

E non avrebbe mai potuto raccontarle cosa aveva fatto in quei cinquant’anni di assenza.

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