Questa pelle buttata e corrotta

Questa luna poi è un Gigante?

Un occhio crudele che ti aspetta al varco, nei polmoni il sapone dell’aria, ti sfida e aspetta che ti arrendi, un altro passo ancora, una tensione interrotta, la mossa sullo scacchiere, inattesa e non riproducibile.

Galassie perdute nel puntino di una mente umana,

apri le tue mani per afferrarle e rimangono solo screpolature azzurre:

convincere la notte a non addormentarsi,

a risplendere su questa pelle opaca,

insonnie fragili si prendono il collo, la colonna vertebrale, l’emisfero destro della tua rinascita.

La bocca inerte perde parole come sangue da una ferita malcurata,

lo spazio che si prende l’onda sulla superficie dell’acqua,

siamo pelle e ossa, capelli, nervi e sudore,

siamo abili come pernici ma lenti nel pensiero, disadattati,

con la tendenza a naufragare:

sdraiato sul pavimento,

meccanicamente spento,

la lingua fissa sul palato, la punta del naso in alto come un aquilone che prende la rincorsa,

cerchio le cose che non ritrovo, aspetto i desideri come una moneta ritrovata nell’abisso.

Essere amati non è come amare,

quando ci si innamora è come scoprire l’oceano dopo anni di salti nelle pozzanghere.

Tutto ha un’origine e una ripetizione, la fossetta che si allarga sul mento,

il primo tratto della matita sul foglio, la scintilla nelle pupille di un gatto,

l’esplosione di una stella tardiva, la rabbia e la solitudine,

il vento e la sua bombola d’ossigeno:

se spengo gli occhi, questo Gigante farà finta di non conoscermi?

Credo in Babbo Natale ma lui non crede in me

Era il freddo.

Era la traccia di cenere nel camino.

Era la rottura di coglioni.

Era la sfumatura nel buio.

Era sentirsi un bulldozer.

Era la letterina che si doveva firmare.

Era il principe sulla torre.

Erano i “rospi” sulla tavola e il profumo di una candela mozzata.

Era la storia del camino: la sciatica dei grandi e la sciarpa con i colori scuri.

I film di Steven Seagal.

Erano le sfigate cartelle dispari a tombola e l’ineffabile barare a carte di nonno.

Era il presidente che non muoveva un ciglio.

Era ricevere un bacio.

Sperare di avere quel potere che riguarda il tempo.

Sperarlo ancora.

Ero io. Era lui.

Era una notte così piccola che la potevo cancellare con lo sguardo.

La risposta di Sofia alla mia domanda

Un’amica provava un terrore indicibile davanti allo sguardo delle bambole.

Cadeva paralizzata di stupore se incontrava i loro occhi di vetro. Ma loro avevano davvero uno sguardo minaccioso, le bambole di una volta. Questo terrore è stato descritto e definito come glenofobia.

Il mio terrore è ancora più terribile perchè l’elemento minaccioso può nascondersi ovunque. Soffro di fobia nei riguardi di una domanda da incubo che ti può saltare addosso da dietro ogni angolo, il più delle volte è nascosta proprio nella cornetta del telefono: come stai?

Domanda inquietante, risposta angosciante. Negli ultimi anni mi sono sentito sempre più estraneo a questo posto. Ho cominciato ad uscire solo di notte. Come se di notte la città recuperasse qualcosa del suo stile, della sua leggenda. A tarda sera forse escono le ombre di quelli che hanno vissuto qui agli inizi degli anni ’10, ’20, ’40. Andavano in giro per i luoghi di un tempo e sbattevano come me contro i nuovi uffici tutti di vetro, cercavano tranquillità nei giardinetti davanti alla chiesa dei Sette santi, passavano alla larga attorno a Santa Nedelja, passeggiavano lentamente per Borisova o per il viale dello Zar Liberatore incontrando varie altre ombre.

Voglio passeggiare per questa vecchia Sofia come ombra tra le ombre.

Ultimamente anche le ombre hanno lasciato questa città.

Si scivola nell’imbuto di anime precarie, sguardi astratti, bimbi dalla lingua sopita e cartoline in bianco e nero.

Foglie cadono al suolo e sognano di scomparire, sembra una città abbandonata, una città senza leggenda.

Con le mani fredde e il cerchio sfatto della luna mentre inciampo nelle strade di Lozenets, le autiste del tram hanno una forza ragguardevole e deviano sui binari senza lasciare l’eco di un rumore; posso sentire il mio respiro colpire ancora il precoce imbrunire di novembre, i tardivi fiori di croco autunnali, le donne che vendono gevreka all’ingresso della metropolitana.

Nessuna samodiva ha mai intercettato il flusso dei miei pensieri per rapirmi: dicono che queste creature appaiano improvvisamente con vestiti coperti di piume, lasciando scie di ghiaccio e rendendo gli occhi una camera oscura in una maledizione senza fine. Il riflesso delle storie e dei misteri travalica il passo spento di gente che lotta con il reale, con pensieri molto più pericolosi di una ninfa crudele.

Cornici di sigarette all’ingresso del Culture Beat, dentro lo sterno cresce un trambusto assordante come la notte di un’attesa, come la notte di Natale, nella quale, qui, si lascia la tavola non sparecchiata perchè, secondo la tradizione, si attende la visita dei loro morti, presumibilmente affamati.

Denso profumo di rose con una sottile vena di marcio. L’ultimo suono è quello delle bottiglie che si scontrano nei cassonetti, come l’attacco vicino casa del chitarrista dalle dita simili ad anguille, emerso come il genio dalla lampada.

Come il ragazzo-uccello, appollaiato sui grattacieli della città, sogna di spiccare il volo tra il candore e l’indifferenza, l’equilibrio che possiedo vorrei saltasse in aria.

Rubargli la sua “pelle delicata come pellicola di latte appena cotta”.

La malinconia rende fragili le ossa.

Spaventarsi. Arrendersi. Abituarsi.

Nulla è definitivo: tutto il tempo del mondo mi sta davanti.

Essere un altro. Essere un altro in un altro posto.

Bud

Aveva raggiunto il punto in cui ogni cosa che incontrava trovava posto nella sua musica: una geografia personale della terra, una biografia orchestrale di suoni, colori, odori, sapori, e gente; tutto ciò che aveva provato, toccato e visto.

La vista gli nuotava fra luminosi dischi di luce: attese che le immagini svanissero ma il loro bagliore si era impresso come una forza blu, un fulmine d’argento nella sua testa.

Annusò l’aria, vuota se non fosse stato per lo strepitio degli uccelli in partenza. Si scoprì osservato dalla propria faccia in una pozzanghera, il riflesso del cielo profondo come lo spazio. Raggiunse la strada, facendo attenzione a non calpestare la propria immagine.

Ti piaceva star seduto in un bistrot mentre il cameriere accatastava le sedie e raccoglieva gli scontrini perchè ti sentivi – come mai ti riusciva a New York – l’ultima persona della città ad andare a dormire.

L’ombra duplicava ogni mossa, proiettando una sagoma perfetta sulla parete, una figura in agguato che pareva deriderti, appollaiata sulla tua schiena.

Si voltò verso di lei e rise forte mentre attraversavano la strada.

– Pourquoi tu ris?

– Aucune raison

– Aucune raison?

– Oui

– T’es fou

– Je suis fou?

– Oui

– Bon, alors j’aime bien etre fou – disse baciandola e sorridendo di nuovo perchè tutta la fortuna del mondo era con loro.

Il disco è finito, le candele sono annegate in sè stesse.

Presto farà giorno.

Un assolo di piano che sta per finire, gli applausi che scrosciano tutt’intorno come la pioggia.

Sono stanco ma tu te ne stai lì seduto come se non esistesse una cosa chiamata tempo.

Sei stanco anche tu?

Qualcosa è andato come l’ho immaginato io?

Forse ho sbagliato tutto ma almeno ci ho provato.

Non avevo che i dischi e le fotografie: sono tutto quel che rimane ormai.

E questo. Adesso anche questo. 

Una bocca in cerca di un grido

Il cervello si nutre di enormi quantità di energie.

Le meduse, senza il cervello, se la cavano tranquillamente con il sistema nervoso a rete.

Gli uomini, con il loro cervello esageratamente grande, sopportano un deposito di ciò che non sappiamo, ciò che non sappiamo ancora e tutto ciò che non sapremo in futuro.

Quante cose ingarbugliate e sparpagliate sul DNA: pseudogeni temporaneamente disattivati, appendici, intervalli, informazioni superflue, perle sulla catena cromosomica.

Gli uomini, geneticamente parlando, non si può dire restino sempre uguali a loro stessi.

Ogni giorno si aggiunge nuovo sapere, nuova conoscenza.

L’intelletto non ci rende certo più sapienti costretti come siamo nelle maglie dei nessi casuali.

Bisognerebbe essere animali. Veri animali.

Privi della coscienza che ostacola la volontà.

Gli animali sanno sempre quel che fanno.

O meglio non hanno bisogno di saperlo.

Quand’è in pericolo la lucertola perde la coda.

Gettare la zavorra inutile.

Invece noi pensiamo sempre alla prossima cosa da fare, al modo migliore di comportarci.

Gli animali conoscono i propri bisogni, hanno un loro istinto.

Affamati o sazi, stanchi o svegli, impauriti o pronti ad accoppiarsi.

Lo fanno e basta.

Risalgono la corrente, sbadigliando si sdraiano al sole, oppure all’ombra.

Si nutrono per mettere su strati di grasso. Vanno in letargo

Accendo la lampada sulla scrivania. Il buio prende possesso della stanza.

La luce cade sulla bocca, gli occhi nell’ombra.

Dov’è finito il mio istinto? Com’ero arrivato lì?

Dov’è la coda da lasciarsi alle spalle?

Dicono che allenando il nostro muscolo dell’anima possiamo mitigare le vibrazioni dell’ansia e tenere sotto controllo le ondate di paura.

Calmare il respiro, rallentarlo fino a farlo diventare una foglia che si arrende al vento.

Attraverso il cervello rettile, definiamo gli istinti primari, spieghiamo al nostro battito cardiaco quando lampeggiare.

Ciò che ci distingue dagli animali non è solo il provare sentimenti ma anche la forma della memoria.

Cangiante, spuria, intoccabile, ridicola, dolorosa o indifferente.

Forma unica per ogni uomo, come l’arco degli occhi o la ghiandola pineale.

Forma che vorrei dimenticare, per rinascere ogni volta nell’assenza di un’impronta.

Io ti ho vista già, torbida bellezza, due vite fa su questa strada.

Credo in qualcosa che venga

e mi scuota la tempia

e sia come un pulsare di muscoli e nervi

sia come uno spingere verso l’esterno.

Dimentico il tuo viso

dimentico il tuo nome

dimentico i ricordi, ma ...

Fino al punto di rugiada

sei lì, qualunque istinto o dolore o malformazione d’inconscio ti abbiano portato a credere che fosse possibile per te trovarti in una simile situazione, sei lì coi piedi disperatamente puntati.A questo punto tornare indietro sarebbe assai complicato che andare avanti, perciò puoi illuderti ancora una volta di non avere scelta dopo aver preparato il cammino affinchè così fosse, e adesso, nell’ultimissimo istante, teso e muto, vuoi solo vedere come andrà a finire, vuoi andare fino in fondo, verso quell’attimo di disequilibrio con cui tutto si solleva, s’impenna, staccando la tua ombra da terra.