Giallo

Dare un nome ad ogni pioggia,

un vestito ad ogni fragile scucitura.

Illumina i desideri, raddrizza il binario interrotto,

destini purificati dall’ansia dell’oblio,

le stelle mi raccontano distanze,

sentire un prurito di neve, immagini si schiantano come comete,

arrivare al centro di ogni cosa.

Ricontare fino a 1000, ogni meteorite è un angelo disarcionato,

la clessidra gialla dell’arcobaleno si svuota, il freddo preda il collo e una canzone ribolle nel sottosuolo.

“I’m still searching the glow you see from us – holding in a volcano”

Arancione

E tutto il resto è pioggia che ci bagna.

Un concerto per orecchie distratte, in una linea di demarcazione tra il sentito e il presunto.

Tra la goccia che fa traboccare il cielo e la schiena che nasconde un desiderio.

Aspettare la gradazione stonata dell’arcobaleno a disegnarci un battito fuori sincrono:

giallo e rosso senza ipocrisia ad entrare l’uno dentro l’altro.

Ripeto ad ogni alta marea una destinazione diversa,

dove gli angeli sognano,

un presentimento, una cura, un peccato e un filo da riannodare.

“I’m still trying to convince my shadow that I’m someone worth following”

Rosso

La tovaglia stesa di un arcobaleno a coprirci la bocca.

Seminare una scia per profanare il terrore di abituarsi al buio: senza rete scivolare in un loop.

Presumere la piccola bolla in cui nascondiamo il domani,

il domani che arriva incazzato e armato,

le armi che nascondiamo sui fianchi,

il cielo che rilancia quel soffio a renderci sciocchi e abili animali.

Una mano a chiudere lo spettro visivo, l’altra a far passare la traiettoria di uno sguardo feroce:

iridi piccole come semi di tamarindo, angoli degli occhi un po’ all’ingiù come quelli di un Buddha sorridente che abbassa le palpebre e non vuole più sorridere.

Respirami il silenzio, rendi l’arcobaleno una parentesi, in un baleno nascondi la pentola degli elfi,

misura gli spazi tra le parole, libera il registro delle frasi ed affidale ad una lucida anarchia.

“I’m still learning how to bend the light out of myself”

… e un bacio rubato

Saresti passata tra le cose guardandole, interrogandole, senza invaderle.

E le avresti lasciate intatte.

Come un gatto che salta su un tavolo di vetro pieno di cristalli,

senza metterli in pericolo,

con una precisione millimetrica.

A volte chiudevi gli occhi anche accanto a me, nell’auto durante i lunghi viaggi notturni.

Dormivi e respiravi.

Qualche volta, per il movimento delle tue palpebra, avrei detto che sognavi,

e quando dormivi provavo grande tenerezza per te

per i tuoi lineamenti indifesi.

A centinaia di anni luce da noi, la scia rossa di Betelgeuse continua ad affievolirsi.

Gli strati lunari, colmi di acqua e mercurio,

giocano a lasciarci nelle iridi crateri d’argento.

Impulsi di millesimi,

stelle che vincono a nascondino,

Saturno senza anelli,

tra galassie acrobatiche, spirali lossodromiche e tempeste di ferro fuse.

Preziosa la linea della mano a cui aggrapparsi

una farfalla dirottata nella confusione dei cieli,

le tue labbra, girarci intorno come un labirinto frammentario

e un desiderio spietato.

Tutta la memoria si risolve in sguardo

il cuore nascosto dietro gli occhi

non se ne va mai

chiudo gli occhi e mi pento

Raccontano che alla sommità del cranio dovrebbe trovarsi un’altra apertura e lì cresce un fiore di loto che sale fino al cielo.

Scandagliando nella vacua densità interna, mi sembra che tutte le superfici siano deserte e scivolose, in cerca di una concretezza proibita.

Solito consuntivo, alla fine dell’anno che declina,

solita necessità di tracciare una linea mentre queste candeline guardano la forma del viso declinare le rughe:

Cos’ho di veramente mio dentro di me?

Il suono di una conchiglia,

il rombo del mio stesso sangue

il burrone di una nostalgia immobile.

Libero di piangere sulle mie piccole miserie:

se c’è un altro mondo, un mondo migliore, un’armonia sconosciuta

mi sforzo di sentirne il peso tra le scapole

mentre la vita ci passa affianco, distratta e rumorosa.

Frammenti di vetro dentro un caleidoscopio preparandosi al volo nelle segrete dell’istinto.

Gli occhi che rubano l’identità,

voci distinte e una calamita per attrarre i segni mentre l’ombra dietro lo specchio mi insegue, si accartoccia e diventa il neo dentro la colonna vertebrale.

Nella bolla di questi anni, confusi e volenti,

il tuo respiro accennato come l’esitazione di un direttore d’orchestra nel silenzio,

quando avrei dovuto cedere al richiamo e al destino,

nell’attimo complice e puntuale,

proprio dove la risata muore in gola.

Anni di alabastro e malachite,

ad inseguire ancora la gioventù con occhiaie di terza mano:

cerco ancora la spina dorsale delle farfalle, tu hai poi trovato il senso nella cometa che bruciava e nei fiorai aperti di notte?

Luce che spunta, spettina e sporca questi occhiali indifesi,

acqua di fiume che ruggisce e poi bela,

il palato è un deserto torrido: della tua bocca è confuso anche il miraggio,

la punta della matita sbeccata e dentro il petto un cuore caricato a salve.

La cera spenta di una lampada a paraffina e la piega sul libro, tra quei versi sottolineati due volte:

il tuo regalo, ad indicare sulla pelle il sospetto di un fuoco che brucia ancora.

Apro gli occhi e incontro i tuoi, come unici testimoni.

Sorrido di nuovo, come un bambino un po’ monello.

Nient’altro.

Non so nemmeno cosa sperare.

Un domani che non ho visto ancora.

Un altrove dove non sono mai stato.

September’s coming soon

… Non stava forgiando lo spirito.

Non era il fabbro che dava ordine.

Non era il martello.

Non era l’incudine.

Era il calore …

L’onda bassa dentro un castello di luce che si sgretola.

Gli occhi come fortezza: desiderio, fuga, percezione di verità.

Le braccia spingono, il calore della spuma è una tomba liquida, immergere il corpo come sabbia in una clessidra, giù in fondo fino a diventare sottili, scomparire, baciare il dorso delle tenebre.

Contare fine a 10.

Respirare bolle inafferrabili.

Sentire la pelle d’acciaio compressa in sensi di madreperla.

Quando ti vieni a sdraiare.

Vicino a me.

Se io fossi polvere

Una sorta di evento trasfiguratore, la sensazione che la vita sia un mistero enorme pieno di legami segreti che ci uniscono come tante maglie ai ferri.

Ogni giorno nell’atmosfera irrompono meteore

C’è così tanto da tradire, per sentirsi di nuovo puliti.

Catene nascoste, anelli mancanti,

rimanere dentro i propri sogni come in un bozzolo.

Tu eri dentro di me.

Adesso non ho alcun luogo dove cadere eccetto la mia ombra.

La storia gira le lancette, le case, i letti, le vite, i sogni cambiano di posto.

Scorrono i fiumi, bollono le pentole, il ghiaccio si scioglie, tutto si polverizza.

Si disperde il profilo nell’immagine riflessa sui vetri immacolati.

Il fuoco si guadagna la strada fino alle mie guance.

Chi illumina la tua terra? La dimensione dello sguardo?

Cerco di ricordarmi l’ultima volta che sono stato felice.

Non me lo ricordo.

Come se esistesse una graduatoria.

Siamo dentro un cristallo compatto. Dentro di noi. Ancora.

Voglio dormire senza muovere neppure gli occhi nella quiete della notte.

Ti sei risvegliata nella mia mente e aspetto solo che il tempo passi.

Una promessa, alla fine del mondo

La cenere torna fuoco

un altro sole

un fiume di luce, scintille di trasparente argento

riverberi e traguardi

tutto sta per compiersi

il silenzio e la ragione

l’urlo e la genesi

gli occhi non sanno più distinguere

tutte le parole sembrano perdersi come foglie nel vento

Vento che rapina gli occhi e solletica i talloni

freccia che punta al cuore

telefonare solo per ascoltare una voce

deludere gli istanti e proteggere rimpianti.

La luce dalle vetrine, oscena e cattiva come una notte prematura,

una precarietà emotiva prima simulata poi indossata in fretta

Ciò che manca, qui, è l’impalpabile sentimento della durata.

Un sentimento, un bersaglio, non sentirsi estranei.

Alla fine della notte

tutto sta per iniziare

Racconti Metropolitani (Laranjeiras)

Per andare a lavoro, ogni giorno passo davanti al giardino zoologico, costeggio l’entrata secondaria e mi ritrovo spesso a decifrare rumori e indovinare odori, dietro un cancello verde persiano.

C’è una palma che rivaleggia con le giraffe e una luna ancora alta mentre accelero il passo e mi concentro per evitare di cadere sugli osceni marciapiedi benfiquensi: all’ultimo semaforo, svoltando l’incrocio, nella strada deserta, una porta laterale si apre, sento il cigolio sotteso di un chiavistello, un’ombra si dilegua, l’altra resta ferma e poi straripa, come una macchia di vino ormai rimpianta.

Occhi liberi, respiri accorciati, destini rovesciati come carte dal dorso scuro: il giardino si popola di sogni muti, ultimi, calibrati.

Il suono è una cattedrale, cento spine cercano un centro mentre il fiore si addormenta, mi sembra di riconoscere la pupilla della giraffa che inscena un desiderio, inciampo, sorrido e blocco le caviglie.

Oltrepasso l’incrocio e vedo, oltre la metro blu, il palazzo sullo sfondo che mi riconosce e urla il nome, quello ormai inghiottito.

Sguardi, frenesie, pensieri, rincorse, torpori e passeggeri infiniti: li disintegro chiudendo le palpebre, dentro il mio petto in gabbia, il vento mi scuote come una scintilla irrefrenabile, sogno il sogno della luna che riconosce tutto e dimentica sempre,

mi abbasso ad evitare ricordi minimi,

le previsioni per gli sfortunati sotto l’ombrello di Ofiuco virano all’incomprensibile,

conosco il modo per invitare i fantasmi a restare e la paura di lasciare baciarmi:

in questa città che fluttua nella luce, si screpola nell’acqua, ingorda, luce diffusa, appassionata, volatile che appartiene ai quadri di Matisse e alle sere di Olissipo.

Un modo per risolversi, per far dispetto agli occhi fissi di Camoes, trattenere l’anima come scrigno inviolato e poi regalarla ad un passante, sentire una nuova energia appoggiarsi sulle spalle, come un corpo celeste mai identificato dalla scienza, mai visto prima, mai visto dopo – e poi nel cielo non rimane più nulla, se non una stella solitaria, come un asterisco che rimandi a un’irreperibile nota a pie di pagina.

Racconti metropolitani (Marques de Pombal)

“Ci sarà sicuramente un uomo vestito da Gatsby,

e un’ombra che assomigli a Daisy”

Grattandomi la barba, aspetto arrivi sera e sono già in ritardo per la festa e con sempre meno voglia di andarci.

Dress code richiesto: anni 20, cantano fulmini alla finestra, rimbalzano sul vetro e arrivano dentro la camicia quasi intonata alle ciglia stanche.

Appoggiato ai sostegni della metro un ubriaco abbraccia la sua bottiglia di ginjinha come erica innamorata della vite, filtrano odori di scarpe zuppe e plastica inservibile.

Uno spazio asettico, discinetico, blobbesco: occhi, mani, volti, brani si incrociano al culmine di una griglia scomposta, c’è chi accelera per ricordarsi dove ha lasciato la vita in sospeso e chi dissotterra pensieri come asce di combattimenti incendiari.

Una ragazza sposta l’ombrello e fa sedere un Simenon fuori stagione, bombetta in testa e borsa in pelle rettangolare: dentro l’involucro magari conserva le lenti dei suoi occhiali, l’inchiostro da consumare e nella testa l’incastro di parole velenose da sputare come sangue che esce dagli occhi di una lucertola cornuta del texas.

Ha lo sguardo di chi ha corretto la propria vita e la forma delle ginocchia oblunga come un trapezio rovesciato.

Passo tra i tornelli, prendo le scale, esco protetto dallo sguardo del Marchese, scorgo poco lontano un cimitero di automobili, sopra di me il riflesso di Icarie e Zephirie nelle mappe planetarie che con ogni probabilità sono deserti inanimati.

Immagino gli occhi di un selenografo stanco che conosce la vita,

altrove, la sillaba muta.

Secondo la leggenda la regina Isabella d’Aragona trasformava rose bellissime in pane da distribuire ai poveri.

Dentro la solita tempesta di luci e rumori assordanti, vedo rose bianche e soffici come lana primordiale.

Free drinks anche a chi non si sente Gatsby:

questo rum sarà la mia arma contro la tempesta.

Next stop Laranjeiras