September’s coming soon

… Non stava forgiando lo spirito.

Non era il fabbro che dava ordine.

Non era il martello.

Non era l’incudine.

Era il calore …

L’onda bassa dentro un castello di luce che si sgretola.

Gli occhi come fortezza: desiderio, fuga, percezione di verità.

Le braccia spingono, il calore della spuma è una tomba liquida, immergere il corpo come sabbia in una clessidra, giù in fondo fino a diventare sottili, scomparire, baciare il dorso delle tenebre.

Contare fine a 10.

Respirare bolle inafferrabili.

Sentire la pelle d’acciaio compressa in sensi di madreperla.

Quando ti vieni a sdraiare.

Vicino a me.

Se io fossi polvere

Una sorta di evento trasfiguratore, la sensazione che la vita sia un mistero enorme pieno di legami segreti che ci uniscono come tante maglie ai ferri.

Ogni giorno nell’atmosfera irrompono meteore

C’è così tanto da tradire, per sentirsi di nuovo puliti.

Catene nascoste, anelli mancanti,

rimanere dentro i propri sogni come in un bozzolo.

Tu eri dentro di me.

Adesso non ho alcun luogo dove cadere eccetto la mia ombra.

La storia gira le lancette, le case, i letti, le vite, i sogni cambiano di posto.

Scorrono i fiumi, bollono le pentole, il ghiaccio si scioglie, tutto si polverizza.

Si disperde il profilo nell’immagine riflessa sui vetri immacolati.

Il fuoco si guadagna la strada fino alle mie guance.

Chi illumina la tua terra? La dimensione dello sguardo?

Cerco di ricordarmi l’ultima volta che sono stato felice.

Non me lo ricordo.

Come se esistesse una graduatoria.

Siamo dentro un cristallo compatto. Dentro di noi. Ancora.

Voglio dormire senza muovere neppure gli occhi nella quiete della notte.

Ti sei risvegliata nella mia mente e aspetto solo che il tempo passi.

Prove generali di Diluvio Universale (si prega di non mancare)

Oltre le sbarre e i confini un cerchio in testa e una fogna nel cuore, avviandomi prima che la neve mi arrivasse ai polpacci, che il vino fa effetti devastanti, un tempo si poteva dubitare anche della primavera,

oggi ci resta un amore senza più amanti

oggi si resta come dopo una corsa senza più strade.

Perchè per tutto ci vuol così tanto?

si muore, perdio, ubriachi di noia,

cuccioli e bastardi sulla via verso casa, hanno riflessi sul pelo e muso basso, ingentiliscono il vicino cerberico che non manca di rinfacciarmi il rumore notturno (entrerei in casa sua in stile malcolm McDowell solo per fargli abbassare lo sguardo e tremare di paura).

Tu dicevi: “hai mani forti, come mai non fai l’attore?”

Io: “Voglio invecchiare lontano da qui, respirare sale di mare e scopare un’attrice” (ma il foulard avvinghiato alle vene del collo non ti rendeva automaticamente isabelle adjani).

La prova del nove è un disegno offuscato di un treno senza stazione, una biella che gira a vuoto, ci sarà da qualche parte sicuramente un prete convinto che la madonna non fosse vergine, una traccia dei miei occhi da ragazzino, impaurito tra le onde salernitane, il calcolo dimostrabile della distanza tra dove sono e dove andrò, una settimana da vivere senza tremare alla vista del postino

“mi allacci il reggiseno, sono stanca”

è un trucco, le talpe lo sanno, non hanno il satellite nei loro rifugi eppure preferiscono il buio a noi che ci guardiamo di spalle partire e tornare, crollare come torri.

Avevo paura non fossero solo le gambe a tremare e il tuo modo di guidare non contribuiva a calmarmi il cuore ma era la curva a forma di rondine delle sopracciglia, la gobbetta del naso o lo smalto chiaro sul volante cupo a sterilizzarmi la traiettoria di ogni mia possibile ruzzolata nelle campagne fuori città,

ma, prego, prega pure, io ti aspettavo a casa lanciando maledizioni a quel tuo dio che ultimamente trovavo anche negli armadi e più lo maledicevo più massaggiava i lobi ed era una prova di coraggio accorciare le lenzuola, fingere che il tramonto non fosse un’invenzione dei fotografi, mi piacevano i tuoi moti di orgoglio e le intemerate risposte presumibilmente efficaci sulla fine dei lavori, tu che eri spaventata anche dal ponte giù a picerno e poi chiudendo gli occhi mi toccava ammettere che eravamo d’accordo solo sul più grande imbroglione della storia, nostradamus, e i miei pianeti sprofondavano nel disinteresse del tuo cielo,

“non è vero che siamo alla fine, tutto si aggiusta, pensi che le piramidi siano rimaste così da allora?”

I cuccioli stanno alzando il muso

nei muri le crepe sono coperte dai gerani,

credo di essere fuori target per quel reality in cui mangiano scarafaggi

(ma vincerei a mani basse),

anche qui piove sempre,

lo so che sei meglio di me.

Lo sei sempre stata.

Cannocchiale nero

“Can you see stars from wherever you are?”

Mi ha sempre affascinato l’ordine presunto che immaginiamo in cielo.

Forse perché, sulla Terra, fingiamo che il disordine sia un metro di giudizio.

La lente principale è impolverata, i vetrini di prisma dispersi in chissà quale decomposizione.

Strizzo gli occhi e ricordo le stelle che provavo ad intrappolare, in questa maniera annebbio la loro forma, così scompaiono lasciando alla retina una polvere onirica.

Mi chiedo ancora cosa nascondano gli Oroscopi.

Quali pianeti recitino la parte delle Moire.

Il loro movimento, dicono, è ipnotico, non si può fermare né accelerare.

Credere di dipendere dalla loro cadenza.

Osservare la luce bianca di Sirio, intuire le stelle, basse e fredde, che non ho mai saputo riconoscere, puntare Venere e seguire con precisione le trasformazioni di quella splendida Vergine, a fine estate.

Sembra un asterisco argentino, quando compare, come stella della sera, quasi dal nulla, come per magia e scende giù dietro al Sole.

Una scintilla della luce perenne.

E’ sempre al Crepuscolo che accadono le cose più interessanti, perché allora si cancellano le normali differenze.

Peccato non riuscire a vivere in un Crepuscolo eterno.

Cherofobia

Fissare il cornicione e dettare la rubrica al proprio caos quotidiano,

con la paura di veder cadere il vaso come l’apice della lingua su un naso arrossato,

come cercarti un neo con il radar dello sguardo.

La paura della felicità è la punta di una nave che oscilla mentre guardi il capitano con preoccupazione.

Poi si scopre che è lui a provocare le onde …

Le tue mani piene di ciliegie che avrei dovuto trattenere,

sulla mia bocca,

in mezzo a quel cielo che in diagonale feriva il nostro sguardo.

La mia passione per la blasfemia,

la tua precisa deduzione del corso degli eventi onirici,

quando guardi in alto e centellini le parole.

Una derivazione, un tratto, un vortice di paura, una cadenza ilare, calibrazioni, resti di me.

La nave fuori rotta, le anche abbronzate,

considerazioni anche sulle aragoste,

le labbra lasciate ad asciugare.

Il corpo che prende vita, il corpo che si scuote,

il corpo che trema al tocco dell’altro.

Gli istanti e gli sguardi: lo stupore tenuto tra le mani.

Le cose recuperate dagli abissi delle profondità e quel che pattina sulla superficie del desiderio.

Il concedersi e l’allontanarsi.

Ridere di noi. Senza fatica.

Con questo silenzio vero, crudele,

che sembra “rimproverare perfino al cuore di battere”.

La fine del mondo

Cafuné.

Questa parola portoghese, di arcaica e ignota provenienza, rimanda al movimento delle dita, delicato e cadenzato, tra i capelli della persona amata.

La definizione di una parabola, di un’ascesa e poi un ritmo, l’immagine del desiderio più che l’atto in sé.

Era una notte a fine novembre, Lisbona era fredda, non offriva altri sbocchi se non cercare di ripararsi nella pelle e nella mente, stanchi.

Scendevo dalla strada che riportandomi verso Cais do Sodrè confluisce nell’incrocio affollato di persone, stordite formiche che si muovono a passo spedito, dopo aver decifrato la propria giornata.

Dentro lo stomaco ruggiva, di fame e di solitudine.

Casa ancora lontana, il buio pronto ad avvolgermi quando fuori dal palazzo che fu dimora nobiliare una luce arancione mi colpisce, bloccata da un cancello quasi completamente arrugginito.

Un vaso enorme e alcune ingombranti piante chiudono il varco d’ingresso, ma nello spazio chiuso questa luce sembrava non voler affievolirsi: non era il riverbero di candele o il riflesso dei lampioni sulla strada affianco, sembrava quasi una presenza infastidita dal rumore intorno, dal passo e dall’aura non comprimibile, che aspetta qualcosa o qualcuno, alla fine di quella cattiva abitudine.

Mi sono affacciato per guardare meglio: tutt’intorno solo il vuoto, la gente passava indifferente, restavamo io e questa luce a dirci cose che probabilmente non sapevamo di doverci dire.

Il palazzo, leggo una volta tornato a casa, è stato abbandonato dopo che un casato nobiliare a fine Ottocento aveva perso le sue proprietà in Portogallo, decidendo così di lasciare il paese trasferendosi verso terre americane.

Lo stabile è decadente ma non ci sono indicazioni sul proprietario e sulle prospettive di ristrutturazione.

Nessuna fotografia trovata online mostra immagini recenti di locali illuminati, di oggetti potenzialmente funzionanti, nessun volto o collegamento che rimandi a qualcosa di reale, di odierno.

Chiudo gli occhi, aspetto il sonno.

Magari nella triste decadenza di una notte di fine novembre, qualcuno accarezzando i capelli della propria amata, in quel palazzo immobile, ha conservato una scintilla di luce, che è rimasta tra le stanze, come un soffio a testimoniare qualcosa di inesprimibile e vivo.

Come la luce che aspetta di spegnersi, alla fine del mondo.

E’ la fine del mondo e mi sento bene.

Stegosauro

Il futuro è un pezzo di argilla,

vedo la forma che il mio dovrebbe prendere,

ne sbozzo un pezzettino ogni giorno.

Non voglio tagliare via la parte di mia che ha paura.

Non voglio rendermi insensibile.

La bocca del mostro ha mille denti,

ogni ombra è un pugnale pronto ad urlare,

il destino sillaba un nome, una scelta, l’impero del suono:

cavalca la tua adrenalina fino al tuo sogno impossibile,

e se il cuore ti batte fuori dal petto lascia che nuoti controcorrente.

Non credo nell’inferno,

solo nella gravità e quella sua paura di essere abbandonata,

essere adesso quello che io volevo essere.

Un tuono senza voce

Ogni cosa era immersa nella nebbia, davanti e dietro di noi.

Stavamo camminando racchiusi in una capsula tra due amnesie.

Qualunque sia la forma che i simboli assumono nella tua mente, non fermarti.

Fa talmente freddo che sembra di essere nato da un uovo di pinguino in Antartide,

con un pugno di piume congelate,

in un continente in cui non c’è un solo ufficio postale e l’unico modo per consegnare la posta è il vento.

Il tuo tocco è il freddo vento polare che recapita la posta

e soffia dentro il cuore spazzandolo via in ombre di oscurità riflessa.

Non addormentarti ancora, al contrario di quello che si crede,

non è lì che i sogni si realizzano,

il tuo corpo, funzionante, adatto, versatile è l’unica esperienza mistica possibile.

Una voce nel buio, un respiro improvviso, il tocco delle dita sulla schiena,

la luce che cade implacabile come un castigo.

Sei la primavera che io aspettavo,

la vita moltiplicata e brillante,

in cui è pieno e perfetto ogni istante.

Perduto in una sola immagine

Tornavamo a piedi immersi nella folla chiassosa e davanti la vetrina di un negozio del centro

mi fermasti con il passo laterale di chi vuole infastidire.

La linea delle labbra sottile, le braccia tese come un’orazione:

“Adesso è il momento di farci una foto”

“Non mi sembra il caso”

“Non discutere, sai che non ne esci vivo. Muoviti, vieni qua”.

Il riflesso di due ombre strane sulla vetrina in controluce,

uno sguardo, nell’intesa una spora di appartenenza, che tradisce altri universi dove forse sono io ad intercettarti il passo e tu restia ad essere immortalata.

La città è ancora in piedi, malmessa, probabilmente presto morente.

Sopravviverci è un atto eroico, le vetrine sono opache, la luce cade tra i volti innocua,

niente sembra memorabile, distanze e riflessi si confondono e si annullano.

I tuoi occhi adesso magari sono persi nel blu, all’inizio del giorno la voce era come un segnale,

l’avvertimento che ci sarebbe stata ancora luce, il desiderio, come unica estetica e àncora.

Ricordo una voce acuta, come avvolta nel ghiaccio.

La voce di un astronauta.

Ci sarà un luogo oltre i luoghi dove ci ritroveremo?

La vita si inarca tra ritorni e amnesie.

Tendo invano l’orecchio interiore, la vista ulteriore in cerca di segni. Non voglio disturbarti però vorrei saperti, sapere che sei e non solo che fosti.

Non ti dimenticherò finché non saranno morti tutti i fantasmi che piangono dentro le mie vene.

Se adesso ci sono dragoni a proteggerti nel tuo incedere,

se la forma dei simboli e la luce di una fotografia ti rendono libera,

l’istante successivo in cui il destino si rivela,

è quello che conta.

L’oceano dentro le scarpe

“Perchè la luce quando scende senza ostacoli non la so descrivere.

Qui vivere significa osservare e trasformare.

Sperimentare cambiamenti.

E sempre apprendere qualcosa di nuovo”.

Ti avevo guardato con piglio sospetto quando blateravi di cosa ti lasciava (e cosa prendevi da) questa città,

che in maggio “diventa una canzone e i versi sono tutti garofani rossi”.

Scendo dalle scalinate di Mouraria, il passo è costante,

la fatica sotto controllo.

Nelle vetrine intorno a me la voglia di apparire dimessi,

di lasciare ai clienti un desiderio di scoperta e un borbottio di sconforto.

I volti sono stanchi, come al solito,

le labbra su quei volti sono pergamene senza margine,

verso nessun dove, sigillate e increspate.

Motivi per sorridere al futuro,

li cerco nello stomaco e sotto la figura dell’ombra che, in questa città, procede al doppio della velocità.

Faccio fatica a starle dietro.

Un destino dalla punta temperata, una nuova espressione imparata per mandarti a quel paese, l’attrice che lascia la scena mentre fuori piove e lui è senza ombrello, una fontana dalle gocce colorate, il sapore della ginjinha, gli occhi che conoscono ancora prima di vedere, a profondità vietate, le lettere di luce che sai donarmi.

Rugiada sui finestrini delle macchine,

un gatto cerca sapori nei rifiuti,

l’autobus accelera per rimbalzare sulle pozzanghere,

il tramonto è un disco rotto che perseveriamo nell’ascoltare …